«Non so se è questa la vostra Europa, ma di certo non è la mia». È un urlo che sfregia Ventotene, e quindi ottant’anni di antifascismo. Lo pronuncia Giorgia Meloni nel silenzio attonito di Montecitorio. Ieri, alle 12,15. Arriva dopo un’intemerata contro il manifesto di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, i padri dell’europeismo, che il fascismo aveva confinato sull’isola, con altri ottocento, comunisti, anarchici, azionisti. Meloni legge dei pezzi socialisteggianti del loro libro, scritto a mano nel 1941, e qui estrapolati per sfida alla sinistra. «Guardate qui», dice la premier, «cosa c’è scritto: lo leggo a beneficio di chi ci guarda da casa e per chi non dovesse averlo mai letto». Quindi inizia con le citazioni: «La rivoluzione europea per rispondere alle nostre esigenze dovrà essere socialista; la proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso…».
È stata la piazza festosa promossa da Repubblica sabato scorso a indurla, nel diba…
«Non so se è questa la vostra Europa, ma di certo non è la mia». È un urlo che sfregia Ventotene, e quindi ottant’anni di antifascismo. Lo pronuncia Giorgia Meloni nel silenzio attonito di Montecitorio. Ieri, alle 12,15. Arriva dopo un’intemerata contro il manifesto di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, i padri dell’europeismo, che il fascismo aveva confinato sull’isola, con altri ottocento, comunisti, anarchici, azionisti. Meloni legge dei pezzi socialisteggianti del loro libro, scritto a mano nel 1941, e qui estrapolati per sfida alla sinistra. «Guardate qui», dice la premier, «cosa c’è scritto: lo leggo a beneficio di chi ci guarda da casa e per chi non dovesse averlo mai letto». Quindi inizia con le citazioni: «La rivoluzione europea per rispondere alle nostre esigenze dovrà essere socialista; la proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso…».
È stata la piazza festosa promossa da Repubblica sabato scorso a indurla, nel dibattito sul Consiglio europeo, a fare a pezzi Ventotene. Si stava parlando del riarmo. Dei dazi. Del rapporto con Trump. Poi arriva l’affondo: «Spero che quelli che erano alla manifestazione in piazza del Popolo non l’abbiano mai letto, perché l’alternativa sarebbe spaventosa».
La destra esulta come dopo un gol. Il sottosegretario Mazzi platealmente applaude.
Negli scranni del centrosinistra esplodono le invettive. Dalle tribune si riconoscono Fornaro, Provenzano, Ascani, Quartapelle che agitano le mani, fischiano. Il grillino catanese Filippo Scerra scende giù nell’emiciclo. C’è aria di tumulti.
«Fermi, fermi» prova a sterilizzare la protesta Meloni.
Ma Montecitorio ormai è un incendio.
È una scena istituzionalmente drammatica.
Un deputato di sinistra come Marco Grimaldi chiede la parola. La sua voce trema. «Siamo indignati e offesi», esordisce.
«Buuu», fanno quelli degli scranni di destra.
«È un fatto gravissimo», insiste Grimaldi.
Quelli a destra ridono.
«Se siamo liberi lo dobbiamo anche a uomini come Spinelli e Colorni», dà vita alla sua indignazione.
Giorgia Meloni lascia l’aula.
Prende la parola Federico Fornaro, un deputato che ha dedicato molti libri alla storia della Repubblica: «Usare in questo modo significa offendere la memoria di Spinelli, un padre dell’Europa, riconosciuto come tale in tutto il Vecchio Continente, e di Colorni, ucciso dai fascisti».
Eugenio Colorni venne assassinato dalla milizia fascista nel 1944.
A destra ridono.
«Non è possibile essere derisi. Non è possibile! Non qui che è un luogo sacro della democrazia», perde la pazienza Fornaro. È un fascio di nervi. Suda. Trema. «Erano confinati politici!», scandisce. «Si inginocchi, presidente Meloni, di fronte a questi uomini». Quindi ripete tre volte «Vergogna. Vergogna. Vergogna».
Sopraffatto dall’emozione Fornaro scoppia a piangere. Un parlamentare di 62 anni, alto e grosso. Con la testa tra le mani.
I cronisti sulle tribune prendono velocissimi appunti, azionano i loro smartphone, si guardano con incredulità.
Alfonso Colucci, M5S, cita le parole di Sergio Mattarella pronunciate a Ventotene. Meloni è attesa poco dopo proprio al Quirinale, a pranzo con il capo dello Stato, in vista del Consiglio europeo.
Giorgia Meloni è tornata al suo posto in aula.
«Non c’è spazio in quest’aula per il fascismo», le urla Colucci.
Meloni si mette le mani sulla fronte. Ride, ma di un riso sconsolato.
Colucci: «E lei ride!».
Anche Matteo Richetti di Azione usa la parola fascismo. Il capogruppo di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, gli urla: «Ma basta!».
La seduta è sospesa.
Ma come spiegare l’uscita della premier? Come un gesto di pancia, di rivalsa verso la piazza. O c’entra il fatto che la Lega, con Matteo Salvini e Riccardo Molinari, le ha ricordato che «non ha alcun mandato per approvare il Rearm Eu». Ventotene quindi è stata un’arma di distrazione di massa?
«Chi ha combattuto per la nostra libertà merita il nostro plauso» afferma il presidente della Camera Fontana, a cui si erano rivolte le opposizioni. Alle sette di sera con 188 sì, 125 no e 9 astenuti passa la risoluzione unitaria di maggioranza in vista del Consiglio europeo.
Meloni è già a Bruxelles. Non è pentita. «Ho fatto arrabbiare? Ho letto un testo. Non capisco cosa ci sia di offensivo».