Giordano Bruno Guerri, storico, lei sostiene che l’uscita di Giorgia Meloni sia stata un’arma di distrazione di massa.
«Sì, un petardo gettato nel Parlamento per distrarre l’opposizione e dai guai nella maggioranza sul tema del riarmo».
Non voleva attaccare il manifesto di Ventotene?
«Se avesse voluto farlo avrebbe potuto citare altri passaggi rivoluzionari, oggi inaccettabili, tipo quello sull’inutilità della Società delle Nazioni, quindi dell’Onu, o il fatto che ogni popolo possa dotarsi del governo dispotico come meglio crede».
La pensa come Meloni?
«Ricordo ai tanti che non l’hanno letto che di Europa in quello scritto si accenna appena».
Non è in malafede quando dipinge Spinelli, Rossi e Colorni come degli aspiranti Pol Pot?
«Certamente non ha sottolineato che sono dei martiri. Erano stati prima in galera, e poi al confino per il loro antifascismo. E hanno scritto quel testo nel 1941, con la Germania nazista possedeva l’Europa».
Non è un uso politico della stori…
Giordano Bruno Guerri, storico, lei sostiene che l’uscita di Giorgia Meloni sia stata un’arma di distrazione di massa.
«Sì, un petardo gettato nel Parlamento per distrarre l’opposizione e dai guai nella maggioranza sul tema del riarmo».
Non voleva attaccare il manifesto di Ventotene?
«Se avesse voluto farlo avrebbe potuto citare altri passaggi rivoluzionari, oggi inaccettabili, tipo quello sull’inutilità della Società delle Nazioni, quindi dell’Onu, o il fatto che ogni popolo possa dotarsi del governo dispotico come meglio crede».
La pensa come Meloni?
«Ricordo ai tanti che non l’hanno letto che di Europa in quello scritto si accenna appena».
Non è in malafede quando dipinge Spinelli, Rossi e Colorni come degli aspiranti Pol Pot?
«Certamente non ha sottolineato che sono dei martiri. Erano stati prima in galera, e poi al confino per il loro antifascismo. E hanno scritto quel testo nel 1941, con la Germania nazista possedeva l’Europa».
Non è un uso politico della storia?
«Sì, ma lo fanno tutti i politici, purtroppo. Piuttosto non ha calcolato che questa polemica la perseguiterà fino al 25 aprile, che è ormai è vicinissima. Un problema che non ha valutato».
Meloni non ambisce a diventare una leader conservatrice?
«Non credo. Da un lato queste uscite peggiorano la sua immagine con l’opposizione, dall’altro la rafforzano con i suoi elettori storici, e quelli che pensa di intercettare: gli astensionisti, gli arrabbiati».
Ha bisogno di un nemico?
«Le piace sventolare il drappo rosso».
Eppure nel 2016 difese il manifesto.
«Sì, ma parliamo di un mondo fa. C’era Renzi al governo. Da allora Trump, la guerra in Ucraina, le destre in ascesa, le sinistre in picchiata, e Giorgia Meloni siede a palazzo Chigi».
Meloni vuole compiacere più Trump che l’Europa?
«Uno a cui importa pochissimo di noi. Ed è evidente che lei cerchi di mediare».
Sul riarmo è fredda.
«Io invece penso che sia necessario, come forma di deterrenza nei confronti di Putin».
Non si fida?
«C’è il precedente di Hitler a Monaco nel 1938 che dovrebbe allarmarci. Se uno dà prova di cedevolezza con un dittatore, quello poi ne approfitta».
Non è più saggia la difesa comune?
«Ma per quella ci vorranno lustri. Nell’immediato non resta che armare i singoli Stati».
Cosa pensa del cuore europeo del manifesto?
«Contiene un’idea eccellente, la pace nell’Europa unita. Le cose però sono andate diversamente».
Abbiamo avuto 80 anni di pace.
«Sì, ma non credo che gli autori sarebbero contenti di questa Europa, loro sognavano quella federale, davvero unita. Non è andata così».
Ma lei cosa pensa di Spinelli, Colorni e Rossi, da storico?
«Eh, poveretti. Hanno scontato a caro prezzo le loro idee politiche, l’opposizione alla dittatura».
Lo si dimentica in queste ore a destra.
«Io non posso che parlarne bene, pur non approvando tutto quello che hanno scritto».
Intanto il manifesto va a ruba nelle librerie, è in cima alle classifiche di Amazon.
«Non penso che ci rimarrà a lungo. Anche perché il libro si può scaricare gratuitamente online».