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Meloni chiama la madre di Trentini: “Lavoro al rientro”

Il cooperante italiano Alberto Trentini

 

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Da Caracas l’idea di uno scambio con un rifugiato oppositore di Maduro. “Ma per Roma non è percorribile”
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Alberto Trentini è da 145 giorni in una cella di isolamento del carcere di El Rodeo, a Guatiera, trenta chilometri da Caracas. Non ha mai telefonato a casa, mai potuto vedere un funzionario della nostra ambasciata. Da qualche settimana, però, in alcune interlocuzioni informali, il Venezuela si è detto pronto a trattare una sua liberazione. O comunque un’attenuazione delle condizioni detentive. Sul piatto è stata messa la situazione di un venezuelano in Italia, completamente diversa però da quella del cooperante italiano arrestato senza alcun motivo: si tratta di un ex ministro venezuelano, uomo di fiducia del presidente Chavez, accusato di associazione a delinquere e colpito da un mandato di cattura dal 2017.

E al quale l’Italia ha concesso lo status di rifugiato politico proprio perché rischierebbe gravi conseguenze se estradato in Venezuela. Proprio per questo, come lo stesso governo venezuelano sa, riportarlo a Caracas è praticamente impossibile. Ma il tentativo del Venezuela…

Alberto Trentini è da 145 giorni in una cella di isolamento del carcere di El Rodeo, a Guatiera, trenta chilometri da Caracas. Non ha mai telefonato a casa, mai potuto vedere un funzionario della nostra ambasciata. Da qualche settimana, però, in alcune interlocuzioni informali, il Venezuela si è detto pronto a trattare una sua liberazione. O comunque un’attenuazione delle condizioni detentive. Sul piatto è stata messa la situazione di un venezuelano in Italia, completamente diversa però da quella del cooperante italiano arrestato senza alcun motivo: si tratta di un ex ministro venezuelano, uomo di fiducia del presidente Chavez, accusato di associazione a delinquere e colpito da un mandato di cattura dal 2017.

E al quale l’Italia ha concesso lo status di rifugiato politico proprio perché rischierebbe gravi conseguenze se estradato in Venezuela. Proprio per questo, come lo stesso governo venezuelano sa, riportarlo a Caracas è praticamente impossibile. Ma il tentativo del Venezuela è comunque molto significativo. Perché significa che esiste uno spiraglio per riportare Trentini a casa. E perché conferma che la sua detenzione altro non è che un sequestro: il governo di Maduro cerca di fare pressione per ottenere risultati politici e uscire dall’isolamento a cui è costretto.

È quello che la premier Giorgia Meloni ha spiegato dieci giorni fa alla madre del cooperante italiano, la signora Armanda, a cui ha telefonato dopo aver ricevuto due sue lettere con richiesta di aiuto. La presidente del Consiglio ha assicurato che l’Italia sta facendo tutto il possibile per riportare Alberto a casa. Confermando però che la situazione è molto complessa. Da settimane c’è un tavolo di crisi aperto a Palazzo Chigi che sta seguendo direttamente il sottosegretario alla presidenza, Alfredo Mantovano. Chiusi nei fatti i canali diplomatici, la trattativa sta andando avanti sui canali dell’intelligence. Funzionari dell’Aise sono andati in Venezuela. E hanno ottenuto, ormai però quasi tre mesi fa, la prova che Alberto fosse vivo. Da quel momento sono arrivate una serie di informazioni indirette: l’intelligence americana, che è riuscita a far liberare alcuni detenuti che si trovavano nelle stesse condizioni di Trentini, ha girato i racconti di alcuni detenuti che confermavano di aver visto “l’italiano” al Rodeo, che era in condizioni discrete e che gli venivano date le medicine di cui aveva bisogno. Recentemente c’è stato poi il discorso della “simmetria” dei trattamenti, prima appunto con la possibile estradizione dell’ex ministro che i venezuelani cercano (ritenuta però non percorribile proprio perché è intervenuto un provvedimento della magistratura a riconoscergli lo status di rifugiato) e poi con altre richieste dello stesso tenore.

«La premier ci ha assicurato il massimo impegno» ha spiegato ieri la signora Armanda, con l’avvocata della famiglia, Alessandra Ballerini. «Confidiamo – hanno aggiunto - che questo impegno delle nostre istituzioni si concretizzi a breve nella liberazione di Alberto, che dal 15 novembre non ha potuto comunicare neppure con la propria famiglia, né ha potuto ricevere visite consolari. Questa attesa logora Alberto e chi lo ama». La signora Armanda aveva chiesto di parlare con la premier «perché volevo guardala negli occhi, perché capisse quanto dolore c’è in questa mia richiesta d’aiuto. A volte penso: se fosse figlio loro, cosa farebbero?». La signora Armanda in questi giorni non ha mai perso nè forza nè speranza. «Una volta alla settimana vado a San Pietro, qui a Venezia a controllare la tua casa, perché sia tutto in ordine quando tornerai. Dai, tesoro, ci vediamo tra poco. Un abbraccio, un bacio e tutto il mio cuore. Mamma» ha detto rivolgendosi a suo figlio. In questi giorni stanno raccogliendo tutte le testimonianze di chi sta chiedendo la liberazione di Alberto «Appena rientrerà a casa gli faremo leggere tutto».

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