Questo è il numero di venerdì 18 aprile 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui.
Tutti noi, ogni giorno, scegliamo di omettere o negare una parte di verità. La vita di relazione funziona anche così e non stiamo parlando necessariamente di una cosa negativa. Se incontri un conoscente che ha problemi di salute e ti chiede come lo trovi, non dirai: sei un cencio. Dirai piuttosto: forza, ti vedo meglio. A una signora che interroga gli astanti su quanto le doni un nuovo taglio di capelli solo uno screanzato o il marito, i ruoli potrebbero coincidere, avrebbe la faccia di dire: ti sei rovinata.
Quando uno scrittore ti domanda come hai trovato il suo ultimo romanzo, che magari era illeggibile, potresti citare una frase debitamente mandata a memoria e cavartela così: mi ha colpito molto quella scena in cui... sperando sia sufficiente a non parlare del resto. Non è solo una questione di garbo, è anche un fatto di rapp…
Questo è il numero di venerdì 18 aprile 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui.
Tutti noi, ogni giorno, scegliamo di omettere o negare una parte di verità. La vita di relazione funziona anche così e non stiamo parlando necessariamente di una cosa negativa. Se incontri un conoscente che ha problemi di salute e ti chiede come lo trovi, non dirai: sei un cencio. Dirai piuttosto: forza, ti vedo meglio. A una signora che interroga gli astanti su quanto le doni un nuovo taglio di capelli solo uno screanzato o il marito, i ruoli potrebbero coincidere, avrebbe la faccia di dire: ti sei rovinata.
Quando uno scrittore ti domanda come hai trovato il suo ultimo romanzo, che magari era illeggibile, potresti citare una frase debitamente mandata a memoria e cavartela così: mi ha colpito molto quella scena in cui... sperando sia sufficiente a non parlare del resto. Non è solo una questione di garbo, è anche un fatto di rapporti di forza. A un capo ufficio che impartisce un ordine strampalato, è più facile rispondere: mi permetterei di osservare che forse bla bla bla. In una situazione analoga, con un amico fraterno o un parente stretto, la replica sarebbe probabilmente più diretta e volgare. L’omissione e il travisamento delle opinioni è una componente essenziale di quella dose omeopatica di ipocrisia che fa girare il mondo. Talvolta serve a renderlo più gentile, talvolta solo più sopportabile.
Alzi dunque la mano chi non ha provato un moto involontario di empatia con Giorgia Meloni alla Casa Bianca mentre accanto a lei, e soprattutto davanti a telecamere e testimoni, si esprimeva a parole una delle persone più incontinenti, sboccate e prive di legami con la realtà, insomma Donald J. Trump. In alcuni casi Meloni ha fatto finta di niente. Come quando Trump ha detto che gli introiti da dazio stanno gonfiando le casse pubbliche degli Stati Uniti, e questo dopo due settimane in cui milioni di americani hanno perso in Borsa parte consistente dei loro risparmi (ma non gli amici di Trump imbeccati da Trump medesimo sul momento giusto in cui tornare a comprare, una smaccata e indecente speculazione, però a Meloni la speculazione finanziaria non piace solo se può attribuirla a un Soros, altrimenti ama sorvolare). Altrettanti americani hanno visto i loro fondi pensione restringersi. Decine di economisti e imprenditori, anche di provata fede repubblicana, scommettono su una imminente recessione. Avrebbe potuto Meloni mettersi a fare i conti in casa altrui mentre ne era ospite? A un parente che vanta di aver appena valutato l’acquisto di una Ferrari non si obietta se in quel momento ha in garage una Clio del 2001 in fermo amministrativo, servirebbe solo a rovinare l’umore di tutti.
Ciò nonostante, ci sono momenti in cui è difficile assecondare tutto. È successo per esempio quando nello Studio Ovale un giornalista italiano ha chiesto a Meloni se condividesse le parole di Trump, ripetute anche davanti alla presidente del Consiglio, che attribuivano a Zelensky la responsabilità del conflitto con la Russia. Qui, se anche Meloni ha una Pandolfi e una Fanelli che si confrontano nel salotto del suo encefalo, deve esserci stato un concitato summit di emergenza tra le ragazze, testimoniato dall’incerta consecutio della risposta: “Noi pensiamo che l’invasore fosse Putin”. Un congiuntivo simil-fantozziano. A tal punto il terrore di essere stata fin troppo sincera ha pervaso Meloni che poco dopo, davanti a un’esitazione dell’interprete, ha ripreso subito la parola per tradurre personalmente a Trump le sue parole sull’Ucraina.
Meloni ha invece taciuto anche quando Trump ha detto che lui il lavoro sui dazi lo aveva già avviato nel primo mandato ma “le elezioni truccate” gli avevano impedito di proseguire. Quando Meloni si lasciava baciare in fronte da Joe Biden, quello era il bacio di un golpista. Ma Meloni ha fatto più che tacere. Quando a Trump è stato chiesto se avesse mai dato di “parassiti” agli europei, è stata la presidente del Consiglio a rispondere per lui. “Lui non l’ha mai detto”. Quindi ha rivolto a Trump la domanda, già disinnescata dal suo intervento: “Presidente, l’ha mai detto?”. Trump, un uomo che ha con la realtà lo stesso complicato rapporto di un missino con il 25 aprile, ha chiuso così: “Non so nemmeno di cosa stiate parlando”. Ed è in quel momento che si è fatta chiarissima la differenza tra la diplomazia e la compiacenza, tra la politica e l'affiliazione e soprattutto tra la dose omeopatica di ipocrisia che fa girare il mondo e la dose da cavallo che lo fa inceppare.