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Pd in campo per il referendum. Jobs act, la minoranza si smarca

Il presidente del Pd Stefano Bonaccini (S) e Elly Schlein 

 (ansa)

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I riformisti annunciano: “Voteremo solo due sì”. Renzi provoca: vi aspetto in Italia viva. Critiche al governo per la scelta dell’astensione. Avs: grave non andare alle urne
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ROMA – La linea del Pd resta quella decisa dalla direzione del partito: votare cinque sì ai quesiti referendari, su lavoro e cittadinanza, dell’8 e 9 giugno. I dirigenti dem fanno scudo quando dall’area riformista arrivano i primi distinguo con conseguente invito di Matteo Renzi, “padre” del Jobs act, ad avvicinarsi a Italia viva: «Le nostre porte sono aperte. Noi vogliamo costruire una coalizione in cui il peso delle nostre idee conti. Senza di noi si perde, lo abbiamo visto».

Lunedì sera la minoranza interna si è riunita per fare il punto in vista della prossima battaglia e ha deciso di smarcarsi votando sì solo a due quesiti su cinque. A dividere i dem sono i referendum che chiedono l’abrogazione delle norme che impediscono il reintegro al lavoro in caso di licenziamenti illegittimi, della legge che facilita i licenziamenti nelle piccole imprese e la cancellazione delle regole che hanno allargato l’utilizzo dei contratti a termine.

La minoranza invece voterà sì solo al quesito su…

ROMA – La linea del Pd resta quella decisa dalla direzione del partito: votare cinque sì ai quesiti referendari, su lavoro e cittadinanza, dell’8 e 9 giugno. I dirigenti dem fanno scudo quando dall’area riformista arrivano i primi distinguo con conseguente invito di Matteo Renzi, “padre” del Jobs act, ad avvicinarsi a Italia viva: «Le nostre porte sono aperte. Noi vogliamo costruire una coalizione in cui il peso delle nostre idee conti. Senza di noi si perde, lo abbiamo visto».

Lunedì sera la minoranza interna si è riunita per fare il punto in vista della prossima battaglia e ha deciso di smarcarsi votando sì solo a due quesiti su cinque. A dividere i dem sono i referendum che chiedono l’abrogazione delle norme che impediscono il reintegro al lavoro in caso di licenziamenti illegittimi, della legge che facilita i licenziamenti nelle piccole imprese e la cancellazione delle regole che hanno allargato l’utilizzo dei contratti a termine.

La minoranza invece voterà sì solo al quesito sulla cittadinanza così gli stranieri stabilmente residenti in Italia vedrebbero dimezzato il tempo, da 10 a 5 anni, per diventare italiani, se ne fanno richiesta. E a quello sul lavoro sicuro che abroga le norme che impediscono in caso di infortunio sul lavoro negli appalti di estendere la responsabilità all’impresa appaltante. Sul resto del pacchetto Jobs act l’orientamento è votare no o scheda bianca. Ma resta sul tavolo anche la possibilità che qualcuno decida di non ritirare la scheda, facendo indirettamente il gioco della maggioranza di governo, che invita a non presentarsi alle urne così da non raggiungere il 50% più uno degli elettorali.

La partita ruota infatti attorno al quorum. «Io credo che invitare al non voto sia un grave errore politico e un elemento pericoloso sul piano della tenuta democratica», dice il segretario della Cgil, Maurizio Landini, promotore dei quesiti sul lavoro ricordando lo slogan “Il voto è la nostra rivolta”: «Vogliamo dare diritti a chi non li ha».

E nel frattempo il vice capogruppo di Fratelli d’Italia, Raffaele Speranzon, ribadisce la linea del governo attaccando proprio «l’urlatore Landini in modalità megafono elettorale, che vuole abrogare leggi scritte dal Pd, mica da noi. È come se un piromane chiedesse un referendum contro gli incendi che ha appiccato».

In campo c’è anche Emma Bonino che risponde al vicepremier azzurro: «Antonio Tajani invita all’astensione? Io di certo andrò a votare». E pubblica una foto con Riccardo Magi, segretario +Europa e presidente del comitato promotore del referendum cittadinanza, mentre mostrano un cartello con scritto «Voi per l’astensione, noi per la partecipazione». Anche Avs con la deputata Elisabetta Piccolotti considerata il non andare a votare «un segno davvero grave di indifferenza nei confronti del potere dei cittadini che, al contrario di quello che pensa la destra, possono riconquistare diritti che sono stati tolti».

Tuttavia anche il presidente dell’Anci, Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli, che in questi mesi gioca un ruolo da playmaker per gli equilibri del centrosinistra in Campania, dice che al referendum sul Jobs act preferisce «una riforma importante che guardi alle nuove forme di lavoro», dunque lascerà scheda bianca.

La posizione ufficiale dei dem la chiarisce Andrea Orlando: i quesiti referendari «non devono essere una rivincita sul Jobs act, ma l’occasione per chiudere una stagione in cui si è pensato che la competitività si potesse realizzare con maggiore flessibilità e la svalutazione del lavoro». Schlein sa che il passaggio è delicato. Non a caso, brindando al suo compleanno con i deputati e i senatori, in una breve pausa dei lavori parlamentari, ha ricordato che «condividiamo battaglie politiche ma c’è un lato umano da preservare», sempre nel nome dell’unità del partito.

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