Il silenzio, improvviso, accoglie l’Habemus Papam: un attimo, soltanto un attimo ma moltiplicato per centocinquantamila facce sorprese: «Prevost? Chi è Prevost? È americano? Non dovevano eleggere un papa italiano, Parolin o Zuppi? Ah, i misteri del Conclave». Un attimo di sospensione, quasi di immobilità: quando però Leone XIV si affaccia dalla finestra centrale della basilica, cuore di San Pietro, il drappo cremisi alle spalle, lo stendardo bianco con i simboli papali srotolato sul balcone, scoppia la festa, grande, grandissima: «Viva il Papa, viva Leone», pochi, anzi quasi nessuno sa chi sia ma non importa, l’importante è che il trono di Pietro non resti vacante. «Senza il Papa ci si sente smarriti, non conoscevamo nemmeno Francesco, eppure è stato una guida, un grande uomo, speriamo soltanto che Prevost assomigli un po’ a Bergoglio». Prevost, in tanti fanno fatica a pronunciarne il nome.
Il silenzio, improvviso, accoglie l’Habemus Papam: un attimo, soltanto un attimo ma moltiplicato per centocinquantamila facce sorprese: «Prevost? Chi è Prevost? È americano? Non dovevano eleggere un papa italiano, Parolin o Zuppi? Ah, i misteri del Conclave». Un attimo di sospensione, quasi di immobilità: quando però Leone XIV si affaccia dalla finestra centrale della basilica, cuore di San Pietro, il drappo cremisi alle spalle, lo stendardo bianco con i simboli papali srotolato sul balcone, scoppia la festa, grande, grandissima: «Viva il Papa, viva Leone», pochi, anzi quasi nessuno sa chi sia ma non importa, l’importante è che il trono di Pietro non resti vacante. «Senza il Papa ci si sente smarriti, non conoscevamo nemmeno Francesco, eppure è stato una guida, un grande uomo, speriamo soltanto che Prevost assomigli un po’ a Bergoglio». Prevost, in tanti fanno fatica a pronunciarne il nome.
Il nuovo pontefice parla di pace, di ponti, di dialogo, di disarmo: ad ogni passaggio gli applausi sembrano onde che vanno ingrossandosi, l’attesa era durata ore, anzi giorni, la gente in piazza San Pietro ha voglia soltanto di fare festa, di ballare, di affidarsi a qualcuno. «Certo che siamo felici: c’è rimasto soltanto il Papa a dare speranza, contro la guerra, contro la povertà, contro il male, come ha detto anche lui», racconta Serena, 40 anni, arrivata trafelata con le sue due figlie. «Eravamo agli Internazionali di tennis, ho detto alle ragazze che non potevamo perderci l’elezione del Papa. E siamo arrivate, a piedi».
E l’aria è proprio questa, di festa di piazza, sacro e profano, sagra e processione, misticismo e allegria, si elegge il nuovo capo della Chiesa con un rito uguale nei secoli, ma l’atmosfera non è per nulla solenne, è più da concertone che da messa in latino. C’è Roberto Franchini ad esempio, 25 anni, ha in testa la corona d’alloro e di mirto: «Mi sono appena laureato, triennale in Ingegneria a RomaTre, ho discusso la tesi e poi con i parenti e gli amici siamo venuti a San Pietro, troppo emozionante assistere all’arrivo di un nuovo papa». Soprattutto se il rito della fumata bianca viene preceduto dal planare di un gabbianella implume e appena nata, sul tetto del comignolo della Sistina, dove già stazionavano due gabbiani che la hanno accolta sotto la loro ala. Fuoriscena che ha fatto impazzire, davanti ai maxischermi, la moltitudine che da piazza San Pietro arrivava, quasi, a Castel Sant’Angelo.
Chi sia Robert Francis Prevost è ancora un mistero per la folla con Bergoglio nel cuore, anzi orfana di papa Francesco, così la battuta, inevitabile, la butta lì Oriana, romana, cinquant’anni: «Aho, ma questo americano ce l’ha mandato Trump?». Maracas, tamburi, ragazze vestite come ballerine di flamenco, famiglie, cani al guinzaglio, bambini arrivati con lo skate, suore nigeriane che ballano, fanfare, guide che cercano di accalappiare turisti, camerieri che distribuiscono menù turistici insieme a monache che regalano santini, l’inno del Vaticano, l’inno italiano.
Dopo tanti giorni di lutto vissuti collettivamente, la malattia di papa Bergoglio, la morte, i funerali, l’Habemus Papam sembra diventato un atto liberatorio. Poi, però, la riflessione si fa più profonda. Maria Teresa Albina lavora come laica in una organizzazione missionaria. «Noi il cardinale Prevost lo conoscevamo bene, è stato tanto tempo in Sudamerica, ha vissuto il dolore delle favelas, la disperazione dei bambini di strada, la tragedia di chi fugge dal proprio paese. Se Trump pensa di avere un alleato per le sue deportazioni di migranti con Leone XIV, si sbaglia di grosso. Lui è come papa Francesco: condanna la cultura dello scarto, si batte contro la povertà e l’inclusione». Poi ci sono le suore che applaudono quando Robert Prevost dice di essere “figlio di Sant’Agostino”. «Vuol dire – spiega suor Domenica, carmelitana – vivere in povertà e obbedienza, vuol dire andare ad aiutare gli ultimi, come ha fatto per molti anni il nuovo papa nelle zone più povere dell’America Latina». Sventolano infatti le bandiere bianche e rosse del Perù, quando Prevost saluta, in spagnolo la comunità peruviana, nell’abbraccio del colonnato ci sono vessilli di tutto il mondo, perché il Papa è al mondo che appartiene». Lucy e Maria, mamma giovanissima e figlia bambina hanno le lacrime agli occhi. Lucy: «Vivevo in un villaggio, ho lasciato tutto per fare la colf in Italia. Tanti anni soltanto di lavoro, poi sono riuscita a portare qui mia figlia. Sono molto credente, questo papa ha parlato al Perù ed è come se avesse parlato a me».
Se i tanti americani arrivati nella Capitale per il Giubileo della Speranza, ma anche per vacanze romane primaverili, gioiscono per la nomina di un vescovo di Chicago, lo scetticismo però non manca. Luigi D’Alatri insegna filosofia alle superiori. «Credo nel cattolicesimo popolare, nell’insegnamento di don Milani, nella carità che diventa solidarietà, ho molto amato Francesco. Questo papa non gli assomiglierà. A cominciare dalla scelta del nome che rievoca papi famosi e grandi ricchezze. Come competere con un capo della chiesa che disse soltanto: Chiamatemi Francesco? Sarà più tradizionale, pur nell’eredità di Bergoglio. Sono onesto: avrei preferito Matteo Zuppi. Ma Zuppi come fu per il cardinal Martini non è destinato a diventare Papa. Troppo libero per questa Chiesa». Chissà. A livello popolare pochi avevano sentito arrivare anche Bergoglio. Il Vaticano del resto è luogo di segreti ma anche di grandi sorprese.