«Il Santo Padre ha parlato di Gaza anche senza nominarla. C’era Gaza nel suo primo discorso alla piazza di San Pietro, per dieci volte ha usato la parola pace e qui nella Striscia abbiamo capito tutti che ci stava mandando un messaggio, stava dialogando con noi, gli intrappolati nella guerra». Padre Gabriel Romanelli giovedì sera ha fatto suonare le campane: fumata bianca a Roma, le campane e le bombe a Gaza. «Qui erano le 7.07. Le ho fatte suonare anche poco dopo, alle 8, mentre aspettavamo di conoscere il nome dell’eletto. Perché alle 8? Era l’orario in cui ogni giorno ricevevo la telefonata di Papa Francesco». Un rito per la piccola comunità cattolica di Gaza City, ridotta ormai a 137 fedeli che sono tra i 550 rifugiati nella chiesa della Sacra Famiglia.
Siete riusciti a seguire il Conclave?
«Non sempre. A volte non abbiamo il collegamento alla Rete, altre volte non abbiamo le batterie. Adesso le abbiamo, infatti le ho potuto rispondere al telefono. Per il Conclave eravamo connessi…
«Il Santo Padre ha parlato di Gaza anche senza nominarla. C’era Gaza nel suo primo discorso alla piazza di San Pietro, per dieci volte ha usato la parola pace e qui nella Striscia abbiamo capito tutti che ci stava mandando un messaggio, stava dialogando con noi, gli intrappolati nella guerra». Padre Gabriel Romanelli giovedì sera ha fatto suonare le campane: fumata bianca a Roma, le campane e le bombe a Gaza. «Qui erano le 7.07. Le ho fatte suonare anche poco dopo, alle 8, mentre aspettavamo di conoscere il nome dell’eletto. Perché alle 8? Era l’orario in cui ogni giorno ricevevo la telefonata di Papa Francesco». Un rito per la piccola comunità cattolica di Gaza City, ridotta ormai a 137 fedeli che sono tra i 550 rifugiati nella chiesa della Sacra Famiglia.
Siete riusciti a seguire il Conclave?
«Non sempre. A volte non abbiamo il collegamento alla Rete, altre volte non abbiamo le batterie. Adesso le abbiamo, infatti le ho potuto rispondere al telefono. Per il Conclave eravamo connessi a Vatican News e a un canale in arabo, li guardavamo dal mio smartphone».
E quando avete visto il fumo bianco uscire dal comignolo?
«Eravamo in chiesa, abbiamo finito la messa per la Madonna di Pompei e abbiamo festeggiato col poco che avevamo, anche se qualche famiglia è riuscita a portare persino dei dolcetti».
Dica la verità, lì a Gaza facevate il tifo per il cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini.
«Certo…ma non pubblicamente. Non potevamo, mica siamo lo Spirito Santo».
Sarebbe stato un buon Papa?
«Pizzaballa è molto stimato e amato qui, è entrato nelle famiglie della parrocchia, conosce tutti. La sua carità pastorale è nota. Ma il Signore sa chi sceglie e perché lo sceglie, quindi siamo felici che abbiamo Papa Leone».
Le mancano le telefonate di Bergoglio?
«Molto. Mancano a tutti. Ma so bene che era una cosa straordinaria. Mi stupivo ogni volta che vedevo quel numero apparire sul telefonino. E chiamava ogni giorno eh, alle 8 in punto della sera. “Buonasera Santo Padre”, dicevo io. E lui, scherzando, “Buonasera santo figlio”. Si immagini, il Papa che ha la responsabilità di tutta la Chiesa universale chiamava noi, piccola comunità cattolica. Ci ringraziava, ci incoraggiava a proteggere i bambini, gli ammalati, ci spingeva a tirare avanti».
Dopo la morte di Bergoglio, qualcuno dalla Santa Sede ha continuato a chiamarla?
«Ho ricevuto messaggi da alcuni cardinali, Pizzaballa, Filoni, il cardinale elemosiniere che ci è sempre stato molto vicino».
Cosa le hanno detto?
«Che pregano per noi».
Si aspetta che Papa Leone XIV la chiamerà?
«Ci spero. Però siamo consapevoli che le telefonate di Francesco erano un’eccezione, forse irripetibile».
E se invece telefonerà, cosa le dirà?
«Beh, non so cosa il Santo Padre mi potrà chiedere… lo ringrazierò, prima di tutto. Forse starò zitto, ammutolito per la sorpresa. Gli chiederò di pregare per noi e gli racconterò cosa succede a Gaza».
Ringraziarlo per cosa?
«Per aver parlato di pace nel suo primo messaggio. Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e lo stesso Francesco hanno lavorato per la pace e bisogna continuare a farlo perché qui a Gaza due milioni di persone soffrono. Nell’ultimo messaggio urbi et orbi Francesco chiedeva la pace per tutti i palestinesi e tutti gli israeliani, la fine della guerra e la riconsegna degli ostaggi».
Cosa può fare Papa Leone che non ha già fatto Francesco?
«Non so, non penso che finora ci siano state delle mancanze, forse i tempi non erano maturi. Bisogna continuare a insistere a livello internazionale per convincere il mondo che un giorno di guerra in più non farà altro che aumentare i danno per tutti, per i palestinesi, ma anche per gli israeliani e per la società generale. E poi bisogna pregare, pregare, pregare… ».