ROMA–BERLINO – Alle 22, il centralino di Palazzo Chigi ancora tace: nessuna chiamata in entrata dall’Eliseo. Per la terza volta in tre giorni, Emmanuel Macron sceglie di escludere Giorgia Meloni dai suoi contatti di massimo livello sull’Ucraina. La linea del presidente francese è netta, al limite della brutalità: se non partecipi al gruppo dei “volenterosi”, non c’è ragione di coinvolgerti. Non le ha chiesto di aggregarsi al treno per Kiev (la premier avrebbe potuto andarci comunque, ha preferito videocollegarsi). E per due volte in 48 ore non ha incluso l’italiana nelle consultazioni della pattuglia di Weimar, quello aperte a Polonia, Germania e Regno Unito.
È una sfida diretta a Meloni. Ed è il frutto di un conflitto …
ROMA–BERLINO – Alle 22, il centralino di Palazzo Chigi ancora tace: nessuna chiamata in entrata dall’Eliseo. Per la terza volta in tre giorni, Emmanuel Macron sceglie di escludere Giorgia Meloni dai suoi contatti di massimo livello sull’Ucraina. La linea del presidente francese è netta, al limite della brutalità: se non partecipi al gruppo dei “volenterosi”, non c’è ragione di coinvolgerti. Non le ha chiesto di aggregarsi al treno per Kiev (la premier avrebbe potuto andarci comunque, ha preferito videocollegarsi). E per due volte in 48 ore non ha incluso l’italiana nelle consultazioni della pattuglia di Weimar, quello aperte a Polonia, Germania e Regno Unito.
È una sfida diretta a Meloni. Ed è il frutto di un conflitto che si trascina da mesi. Decidendo di tirarsi fuori dall’iniziativa anglo-francese, la leader ha puntato tutto sul canale alternativo con Donald Trump. Il rapporto è buono e i due si sentono al telefono. Ma dal punto di vista diplomatico, il sostegno occidentale a Volodymyr Zelensky prende forma dietro la regia di due attori: Washington e i “volenterosi” di Macron.
A spiegare le ultime mosse della premier, però, non è solo il grande freddo con Parigi. C’è la politica interna, riferiscono diverse fonti. Dire no ai “volenterosi”, almeno nella prima fase, significava mostrarsi ostile all’eventuale invio di truppe europee sul terreno. In questo modo, Meloni ha bloccato la campagna di Matteo Salvini contro il “bellicismo” di Macron e di von der Leyen. Il prezzo politico è però apparso subito alto.
Ufficialmente, comunque, la linea che trapela da Palazzo Chigi non cambia, neanche in queste ore: Meloni è in contatto con i protagonisti che contano, non è irrilevante né isolata. E però, a scavare, si colgono segnali di una difficoltà crescente. Il primo è un dettaglio: la leader ha cancellato un incontro con il premier slovacco Robert Fico, reduce dalla parata nella piazza rossa di Mosca, riprogrammandolo per inizio giugno. Ma non basta. Cruciale — e scivoloso — sta diventando il percorso di riarmo. Oltre a sfilarsi dal gruppo dei volenterosi, Roma rischia infatti di dover frenare anche su questo terreno. Al vertice Nato di fine giugno Meloni annuncerà il traguardo del 2% nel 2025, ma Trump rilancerà pretendendo in tempi rapidi non meno del 4%. Ed è qui che nasce il problema. Politico e diplomatico.
L’esecutivo, infatti, non sembra disponibile ad accedere alla clausola di flessibilità del ReArm offerta da Bruxelles (che va attivata entro inizio giugno). Qualche giorno fa, durante l’ultimo consiglio supremo di difesa, Giancarlo Giorgetti ha spiegato — secondo quanto riferiscono — che non ha senso scorporare le spese militari dal deficit, perché la misura fornisce garanzie solo transitorie: dopo quattro anni, inizia il percorso di “rientro”. Anche in questo caso, pesa il fattore Salvini, il “nemico a destra” ostile al riarmo.
Se questi sono gli ostacoli, come rientrare allora nei giochi? Venerdì, a Tirana per un summit Ue, vedrà Zelensky. Domenica, il canadese Carney. Cerca inoltre una sponda con Friedrich Merz. Il neo cancelliere sarà domenica a Roma per l’intronizzazione di Leone XIV. A margine, proverà ad incontrare la premier. Il rapporto tra i due, sottolineava ieri il suo portavoce, Stefan Kornelius, «è molto buono da anni». E si è nutrito ultimamente anche degli apprezzamenti al “modello” sui migranti. Ora il gelo di Meloni con Macron costringe il tedesco alla prudenza nel rapporto con l’italiana: mai negli ultimi decenni — neanche ai tempi di Merkel — si era assistito a un riavvicinamento così fulmineo tra Parigi e Berlino, suggellato da un accordo sulla difesa. L’altro fattore che invita Berlino alla cautela è il progetto dei “volenterosi”. Merz si è inserito con un tale entusiasmo nel gruppo, che si starebbe già preparando un’altra intesa bilaterale con gli inglesi. La politica della poltrona vuota dell’italiana non viene commentata, a Berlino. Ma nessuno sembra disposto a delegare alla premier il ruolo da mediatrice Ue-Usa.