L’altro giorno, davanti all’albergo a Coimbra, i cronisti gli avevano chiesto: «Presidente, farà un discorso potente?». Mario Draghi aveva sorriso. Ora come definirla la scossa data all’Europa al simposio Cotec nell’auditorium del convento di San Francesco, qui nell’estremo sud del Vecchio Continente? Un monito politico, certo. Un appello morale, anche. Soprattutto uno sprone all’ambizione. Ma rimanendo se stessi, uniti, attaccati all’identità europea, che come ha ricordato Sergio Mattarella, parlando dopo di lui, è sinonimo di democrazia.
Con i dazi «siamo a un punto di rottura». Dopo Trump nulla sarà più come prima. Le vecchie regole sono in bilico. Lo sono da qualche anno, già prima del «recente innalzamento delle tariffe». Solo che le «frammentazioni politiche interne e la crescita debole hanno reso più difficile una effettiva risposta europea». L’ordine multilaterale è stato minato «in modo difficilmente reversibile» con l’uso massiccio «di azioni unilaterali per risolvere le con…
L’altro giorno, davanti all’albergo a Coimbra, i cronisti gli avevano chiesto: «Presidente, farà un discorso potente?». Mario Draghi aveva sorriso. Ora come definirla la scossa data all’Europa al simposio Cotec nell’auditorium del convento di San Francesco, qui nell’estremo sud del Vecchio Continente? Un monito politico, certo. Un appello morale, anche. Soprattutto uno sprone all’ambizione. Ma rimanendo se stessi, uniti, attaccati all’identità europea, che come ha ricordato Sergio Mattarella, parlando dopo di lui, è sinonimo di democrazia.
Con i dazi «siamo a un punto di rottura». Dopo Trump nulla sarà più come prima. Le vecchie regole sono in bilico. Lo sono da qualche anno, già prima del «recente innalzamento delle tariffe». Solo che le «frammentazioni politiche interne e la crescita debole hanno reso più difficile una effettiva risposta europea». L’ordine multilaterale è stato minato «in modo difficilmente reversibile» con l’uso massiccio «di azioni unilaterali per risolvere le controversie commerciali e il definitivo esautoramento del Wto».
Che fare? Occorre raggiungere un accordo con gli Usa, ma nella consapevolezza che «i nostri scambi non torneranno alla normalità». E quindi «se l’Europa vuole davvero ridurre la sua dipendenza dalla crescita americana», che col venti per cento resta il nostro principale mercato, «dovrà produrla da sé». Ben 30 milioni di posti di lavoro sono sostenuti dalle esportazioni. Il 15 per cento dell’occupazione. «Com’è che siamo finiti nelle mani dei consumatori statunitensi?», si domanda.
Il simposio Cotec vede protagonisti i capi di Stato di Italia, Portogallo, Spagna. Draghi è accolto con una pioggia di applausi. Parla in inglese. Mezz’ora di una lingua trapuntata di dati. Puntare sulla competitività interna, quindi, facendo affidamento su tre direttrici strategiche su cui si è perso terreno: l’energia, la difesa comune, la tecnologia. Per questi tre campi Draghi offre delle soluzioni. Ma servono «meno privilegi e più innovazione». Più crescita.
Che rischi corriamo sul piano economico a medio termine?
«Dobbiamo aprire nuove rotte commerciali, ma realisticamente non possiamo diversificare dagli Usa nel breve periodo. Le speranze che l’apertura al mondo possa sostituire gli Usa saranno probabilmente deluse». Non si può prescindere dal commercio con gli Stati Uniti, ma «è un azzardo credere che il commercio con gli Stati Uniti tornerà alla normalità dopo una rottura unilaterale così importante di questa relazione, o che nuovi mercati cresceranno abbastanza velocemente da colmare il vuoto lasciato vuoto dagli Usa».
Poi l’ex presidente della Bce fa una disanima sulle ragioni della nostra debolezza. Politiche di bilancio restrittive. Calo degli investimenti pubblici. Attenzione alla competitività esterna rispetto alla produttività interna. I nostri stipendi sono calati inesorabilmente, fa notare. Ricorda che mentre «i salari reali Usa sono aumentati del nove per cento dal 2000 rispetto a quelli dell’area dell’euro». E «nello stesso periodo la crescita annua della produttività del lavoro in Europa è stata pari solo alla metà di quella registrata negli Stati Uniti, determinando un divario di produttività cumulativo di 27 punti percentuali nell’intero periodo. Tuttavia, invece di cercare di invertire la tendenza della produttività, abbiamo adattato le nostre politiche del lavoro a tale tendenza. Soprattutto dopo le crisi, abbiamo compiuto uno sforzo deliberato per sopprimere la crescita dei salari al fine di aumentare la competitività esterna. I nostri salari reali non sono riusciti a tenere il passo nemmeno con la nostra lenta produttività».
Lancia allarmi concreti: «I prezzi elevati dell’energia e le carenze della rete sono, in primo luogo, una minaccia per la sopravvivenza della nostra industria, un ostacolo importante alla nostra competitività e un onere insostenibile per le nostre famiglie e, se non affrontati, rappresentano la principale minaccia alla nostra strategia di decarbonizzazione».
È il debito comune la chiave per investire nella difesa comune. Ma sulla pace in Ucraina rischiamo di essere stare ai margini. Abbiamo fatto troppo poco per rafforzarci mentre la minaccia cresceva. «Oggi l’Europa conta 1,4 milioni di militari, il che la rende una delle forze armate più grandi al mondo. Tuttavia, è divisa in 27 eserciti, senza una catena di comando comune, con una frammentazione tecnologica e una mancanza di strategie comuni, il che ci rende irrilevanti dal punto di vista militare. Con il ritiro dell’ombrello di sicurezza statunitense, ci stiamo rendendo conto della nostra debolezza. Anche se abbiamo fornito circa la metà degli aiuti militari all’Ucraina, probabilmente saremo spettatori passivi in un negoziato di pace che riguarda il nostro futuro e i nostri valori». Morale: cambiare il modello di crescita. Ma mantenendo saldi i nostri valori, «per proteggere, con coraggio, la nostra libertà».