Non è il momento di alimentare false illusioni, sostiene Giorgia Meloni. Non se si osservano le mosse di Vladimir Putin. «Possibilità per la pace in Ucraina? I segnali non sono incoraggianti — dice alla festa della “Verità” — Ci si aspetterebbero da Mosca repentini passi avanti, ma accade il contrario: bombardano le strutture civili e avanzano proposte negoziali buone per la propaganda interna. Ad esempio, sostenendo: denazifichiamo l’Ucraina». Ecco perché non può escludere neanche lo scenario peggiore. Ovvero, un attacco diretto della Russia all’Europa: «Non ho elementi per dirlo, è una preoccupazione manifestata da diversi paesi al confine, che probabilmente hanno le loro evidenze. Se il disegno è di espansione, non c’è niente che si possa escludere».
Questo, dunque, il clima nelle cancellerie europee. Un sentimento che incide anche sugli obiettivi di difesa e sicurezza. Una necessità, ma anche un enorme problema, perché si scontra con i vincoli di bilancio. Tocca a Guido Crosetto g…
Non è il momento di alimentare false illusioni, sostiene Giorgia Meloni. Non se si osservano le mosse di Vladimir Putin. «Possibilità per la pace in Ucraina? I segnali non sono incoraggianti — dice alla festa della “Verità” — Ci si aspetterebbero da Mosca repentini passi avanti, ma accade il contrario: bombardano le strutture civili e avanzano proposte negoziali buone per la propaganda interna. Ad esempio, sostenendo: denazifichiamo l’Ucraina». Ecco perché non può escludere neanche lo scenario peggiore. Ovvero, un attacco diretto della Russia all’Europa: «Non ho elementi per dirlo, è una preoccupazione manifestata da diversi paesi al confine, che probabilmente hanno le loro evidenze. Se il disegno è di espansione, non c’è niente che si possa escludere».
Questo, dunque, il clima nelle cancellerie europee. Un sentimento che incide anche sugli obiettivi di difesa e sicurezza. Una necessità, ma anche un enorme problema, perché si scontra con i vincoli di bilancio. Tocca a Guido Crosetto guardare in faccia la realtà: per l’Italia spendere il 5% del Pil in difesa è al momento «impossibile», dice il ministro. Di più: è probabile che Roma debba fare i conti con la possibilità che il target del 3,5% vada raggiunto prima del 2035. La ragione è chiara: non c’è unità tra partner dell’Alleanza sulla tempistica. «Per qualcuno bisognerebbe riuscirci domattina, per altri nel 2032, per altri ancora nel 2035. Noi abbiamo sposato la tesi inglese del 2035. Vedremo cosa succederà al vertice Nato dell’Aia di fine giugno». In effetti, oltre a Roma e Londra è soltanto Madrid — almeno pubblicamente — a sposare il rinvio al 2035. Ed è possibile che il punto di caduta sia davvero il 2032.
Guardare in faccia la realtà è esattamente il punto di partenza delle riflessioni che hanno impegnato il governo negli ultimi giorni. In particolare, il dibattito ruota attorno a una domanda: come raggiungere quella soglia, in soli sette anni? Parliamo di un incremento di spesa dello 0,2% del pil dal 2025 al 2032: ogni anno, il totale deve aumentare di quattro miliardi. Sono numeri da brivido. Che impongono cautela massima a Giorgia Meloni. È consapevole che difficilmente riuscirà a evitare di accedere alla clausola europea del RearmEu, che garantisce di non conteggiare come deficit gli investimenti in difesa. Lo lascia intendere anche il titolare della Difesa, quando sostiene: «Non so se la clausola sarà attivata o meno: non penso che Giorgetti abbia deciso definitivamente per il sì o per il no». Di certo, aggiunge, non ci sono margini per smarcarsi dall’alleanza atlantica: «Non c’è un problema Salvini — dice — Penso che non ci sia nessuno in Italia che pensa di poter uscire dalla Nato o dall’Ue in un momento come questo».
E però, esiste un problema: la contrarietà della Lega. I Dubbi manifestati pubblicamente da Giancarlo Giorgetti. La questione ha occupato le ultime riunioni e diviso l’esecutivo, anche in queste ore. Salvini ha consegnato a Meloni la sua posizione, riferiscono fonti del Carroccio, concordata con il ministro dell’Economia: niente nuovo debito, niente scostamenti di bilancio. In uno slogan: niente armi al posto della sanità. Semmai, investimenti in sicurezza nazionale: un obiettivo generico, che via Bellerio promette di sostanziare con alcune proposte nei prossimi mesi. Eppure, Meloni difficilmente potrà evitare di aderire al Rearm. Lo chiede apertamente Antonio Tajani, facendo in queste ore infuriare (solo in privato, al momento) proprio Salvini. La linea del leghista — trapela — è però questa: la pazienza ha un limite, si rischia un problema politico nella maggioranza.
Tocca alla premier gestire questo dossier. Mediare tra alleati che litigano. E nel frattempo prepararsi a tre vertici delicatissimi: il G7 di metà giugno, il summit Nato e poi il Consiglio Ue di fine mese. Si parlerà, appunto, di spese militari. Ne parlerà con i leader europei e della Nato, «nei prossimi giorni ci frequenteremo parecchio». E con Emmanuel Macron: «Ormai lo vedo più di mia figlia...». Con la Francia il dialogo prosegue, aggiunge, anche se da una posizione diversa — assicura — rispetto agli ultimi dieci anni: «Non siamo lo junior partner di Francia e Germania, la loro ruota di scorta. Rivendichiamo una cooperazione tra pari».