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Renzi e Calenda a Milano: “Né Hamas né Netanyahu, ma due popoli e due stati”

Matteo Renzi, l'ex ostaggio Aviva Siegel e Carlo Calenda 

 (ansa)

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Iv e Azione al teatro Parenti tra bandiere di Israele e Palestina. Con loro una delegazione di riformisti del Pd
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MILANO – Quanto sembrano piccole e meschine le polemiche sulle due piazze per Gaza ascoltando le parole della mamma israeliana che, rapita in un kibbutz quel tragico 7 ottobre, è rimasta ostaggio per due mesi sotto terra: ha subito ogni tipo di violenze eppure non odia, non impreca, invoca solo una tregua all’orrore. Quanto appaiono inutili e speciose le accuse incrociate fra partiti che sulla carta dovrebbero essere alleati di fronte alla testimonianza dell’attivista palestinese, che a soli 28 anni ha almeno tre vite alle spalle: nato e cresciuto nella Striscia, una laurea in Economia all’università islamica, ha guidato le proteste contro Hamas ed è stato imprigionato, torturato, infine costretto all’esilio in Germania, da dove impotente assiste «all’assassinio di quasi tutti i miei amici».

MILANO – Quanto sembrano piccole e meschine le polemiche sulle due piazze per Gaza ascoltando le parole della mamma israeliana che, rapita in un kibbutz quel tragico 7 ottobre, è rimasta ostaggio per due mesi sotto terra: ha subito ogni tipo di violenze eppure non odia, non impreca, invoca solo una tregua all’orrore. Quanto appaiono inutili e speciose le accuse incrociate fra partiti che sulla carta dovrebbero essere alleati di fronte alla testimonianza dell’attivista palestinese, che a soli 28 anni ha almeno tre vite alle spalle: nato e cresciuto nella Striscia, una laurea in Economia all’università islamica, ha guidato le proteste contro Hamas ed è stato imprigionato, torturato, infine costretto all’esilio in Germania, da dove impotente assiste «all’assassinio di quasi tutti i miei amici».

“Due popoli, due Stati, un destino”. Non poteva essere più azzeccato il titolo della manifestazione promossa da Italia Viva, Azione e +Europa per dar voce al dolore delle vittime, invocare una soluzione diplomatica in grado di affrancare la Terra Santa dalla barbarie in cui è precipitata, spingere la destra che guida l’Italia a uscire da ogni ambiguità. Ci sono davvero i due popoli — e pure le rispettive bandiere — sul palco del teatro Parenti, tempio dell’intellighenzia milanese, affollato come non mai: avamposto dell’umanesimo nel cuore di una città frenetica, che per un pomeriggio si ritrova unita per dar corpo a un sogno. La fine dei massacri a Gaza e la nascita di due nazioni finalmente libere e sovrane. È quel che chiedono sia l’ebrea sia l’arabo — fratelli, non nemici — entrambi simboli di resistenza: al «governo criminale di Netanyahu» e ai «terroristi di Hamas» che tutti in sala giurano di voler combattere in egual misura. Esattamente la ragione per cui tra le prime file siede un drappello di riformisti pd, che oggi sfilerà in corteo a Roma, ma teneva a essere pure qui: Giorgio Gori e Piero Fassino, Marianna Madia, Lia Quartapelle, Filippo Sensi, insieme a Graziano Delrio e Pina Picierno, questi ultimi invitati a intervenire. Con l’ex deputato Lele Fiano, presidente di Sinistra per Israele, nei panni del maestro di cerimonie.

Prima di entrare, Matteo Renzi sceglie di abbassare i toni: «Sarebbe stato meglio fare una iniziativa sola, ma gli amici che scenderanno in piazza a Roma hanno ritenuto immodificabile la loro piattaforma, organizzata sulle mozioni del dibattito parlamentare, quindi è giusto che ci sia anche un altro luogo. Le due cose non sono in contraddizione». Scatenando poi l’ovazione quando dal palco spiega: «Quello che facciamo oggi non è creare alleanze politiche o fare manifestazioni contro altre manifestazioni, ma affermare che la politica è fatica e tenace costruzione del dialogo». Convinto che se oggi l’Italia conta così poco sullo scenario internazionale, a Gaza come a Kiev, sia colpa di una presidente del Consiglio «assente» su tutto: «Il nostro governo non ha un’idea di politica estera», attacca il leader di Iv. «Giorgia Meloni, passata da Putin a Zelensky, dal bacio sulla fronte di Biden al bacio della pantofola con Trump, dovrebbe sapere che la politica estera non significa seguire i sondaggi e dire quello che la gente vuol sentire. Più che alle curve di Instagram dobbiamo stare attenti ai tornanti della storia».

E dopo che Enrico Mentana ha spiegato alla platea perché «è un errore parlare di genocidio», mentre Delrio esortava a «essere vicini a entrambi i popoli», tocca a Carlo Calenda chiudere le danze. «Questa è una manifestazione dove sventolano insieme le bandiere palestinese e israeliana. Qui teniamo lontane tutte le intolleranze e gli estremismi: quelli di chi vagheggia una grande Palestina dal fiume al mare, che significa cancellare Israele, e quelli di chi pensa che bombardando Gaza o bloccando gli aiuti si possa ottenere qualcosa. Noi vogliamo dar voce a chi cerca comprensione, non vendetta». Ecco perché è amareggiato, nonostante il successo della “sua” kermesse. «Si poteva fare un’unica piazza», si rammarica il leader di Azione. «Noi avevamo proposto una cosa semplice», conclude: «Escludere chi chiede la distruzione di Israele», poiché «una cosa è criticare Netanyahu, e io lo faccio, un’altra è prendersela con un intero popolo. Schlein sarebbe stata d’accordo, ma M5S e Avs hanno voluto prendersi tutta la scena. Lo trovo avvilente».

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