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Pier Luigi Bersani: “Basta con lo sconfittismo, non si buttano via 14 milioni di voti”

Pierluigi Bersani

 

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L’ex ministro e segretario dem a RepIdee
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BOLOGNA – Dice no allo “sconfittismo”, Pier Luigi Bersani. Doveva parlare di “Metafore e politica” dialogando con Francesco Bei a RepIdee, ma l’attualità insiste, urge. Però una nuova parola nel lessico politico la inserisce. La domanda è se la sinistra non sia troppo reticente nell’analisi del voto recente, del referendum. La risposta netta: «Non sono d’accordo, così si cade nello sconfittismo».

È vero, ammette, il quorum non è stato raggiunto. «Ma cosa vogliamo fare di queste 14 o 15 milioni di persone che sono andate a votare? Le vogliamo buttare via?» chiede alla platea che applaude, ride, si ritrova. Gente che si è recata alle urne «convintamente» come sottolinea, e in tanti annuiscono. Sono vent’anni che i referendum non raggiungono il quorum, ricorda. «Ma dalle urne, anche se sulla cittadinanza non è stato compreso fino in fondo il problema, emerge una richiesta di cambiamento».

Poi l’ex ministro quasi sussurra: «Senza sbandierarlo, possiamo dircelo tra noi. Con questi numeri s…

BOLOGNA – Dice no allo “sconfittismo”, Pier Luigi Bersani. Doveva parlare di “Metafore e politica” dialogando con Francesco Bei a RepIdee, ma l’attualità insiste, urge. Però una nuova parola nel lessico politico la inserisce. La domanda è se la sinistra non sia troppo reticente nell’analisi del voto recente, del referendum. La risposta netta: «Non sono d’accordo, così si cade nello sconfittismo».

È vero, ammette, il quorum non è stato raggiunto. «Ma cosa vogliamo fare di queste 14 o 15 milioni di persone che sono andate a votare? Le vogliamo buttare via?» chiede alla platea che applaude, ride, si ritrova. Gente che si è recata alle urne «convintamente» come sottolinea, e in tanti annuiscono. Sono vent’anni che i referendum non raggiungono il quorum, ricorda. «Ma dalle urne, anche se sulla cittadinanza non è stato compreso fino in fondo il problema, emerge una richiesta di cambiamento».

Poi l’ex ministro quasi sussurra: «Senza sbandierarlo, possiamo dircelo tra noi. Con questi numeri si può vincere. Vogliamo mettercelo in testa? Certo, se invece quei voti li lasci lì possono deperire. E quindi occorre fare un passo avanti». Tocca alla politica, serve un progetto per l’alternativa, da «far girare nel Paese, partendo dai temi sociali, senza star lì a a pettinare le bambole». La metafora arriva.

Bei tira in ballo Renzi, cita un’altra espressione colorita dell’ex ministro a proposito dell’ex rottamatore. «Hai detto che ha avuto un ‘ravvedimento operoso’» lo incalza. Il dem rilancia: «Chi ha la possibilità di lanciare l’alternativa, in modo libero e limpido perché su temi fondamentali trova una condivisione, lo faccia. Se poi si rende conto di non avere i numeri, noi siamo pronti a discutere, a costruire un programma». Il modello resta l’Ulivo: «Si organizzino comitati larghi, aperti a tutte le forze politiche, senza preclusioni. Alla fine così lo si fa largo. Oltre che preciso e partecipato». In ballo c’è la rappresentazione democratica. «Non mi piace chiamarlo centro, preferisco chiamarli liberali» puntualizza.

Un altro appello all’unità, di nuovo però si avverte nelle parole di Bersani il timore per l’avanzare della destra, a casa nostra e nel mondo. Cita il Ddl sicurezza: «Si consente ai servizi segreti di fare cose strane. E detto qui a Bologna mette i brividi» riflette. Richiama il valore della Costituzione «nata dalla Resistenza» e rivolgendosi alla premier bacchetta: «Cara Meloni, quando giuri sulla Costituzione, devi poter pronunciare la parola Resistenza».

Bersani stigmatizza anche il legame tra premier e Trump, specie alla luce dell’attacco all’Iran da parte di Israele: «Questa destra mondiale, nazionalista, sovranista, identitaria sta sdoganando la guerra. Trump guida le danze di questa tendenza. La 51esima stella nella bandiera degli Stati Uniti è quella di Israele. Trump smetta di dire che non sono coinvolti».

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