CALGARY – Il convitato di pietra non c’era più, ma il suo fantasma ha comunque dominato la giornata conclusiva del G7 a Kananaskis. Perché l’assenza del presidente americano Trump, partito in anticipo per riunire il consiglio di guerra sull’Iran, ma forse anche manifestare lo scarso interesse verso i colleghi, ha limitato e condizionato i lavori. Da una parte, il leader ucraino Zelensky si è trovato ancora una volta abbandonato, col sospetto che il capo della Casa Bianca sia disposto a dare via libera al collega del Cremlino contro Kiev, in cambio del suo aiuto o la neutralità nell’assalto a Teheran. Dall’altra, i sei rimasti al tavolo hanno faticato a gestire l’eredità lasciata da Trump, inclusa la lite a distanza col francese Macron, rimproverato per aver supposto che Donald fosse tornato a Washington per negoziare un cessate il fuoco, dando seguito alla dichiarazione per la de-escalation che pure alla fine aveva firmato.
CALGARY – Il convitato di pietra non c’era più, ma il suo fantasma ha comunque dominato la giornata conclusiva del G7 a Kananaskis. Perché l’assenza del presidente americano Trump, partito in anticipo per riunire il consiglio di guerra sull’Iran, ma forse anche manifestare lo scarso interesse verso i colleghi, ha limitato e condizionato i lavori. Da una parte, il leader ucraino Zelensky si è trovato ancora una volta abbandonato, col sospetto che il capo della Casa Bianca sia disposto a dare via libera al collega del Cremlino contro Kiev, in cambio del suo aiuto o la neutralità nell’assalto a Teheran. Dall’altra, i sei rimasti al tavolo hanno faticato a gestire l’eredità lasciata da Trump, inclusa la lite a distanza col francese Macron, rimproverato per aver supposto che Donald fosse tornato a Washington per negoziare un cessate il fuoco, dando seguito alla dichiarazione per la de-escalation che pure alla fine aveva firmato.
Sull’Iran i membri del G7 pensavano di essere riusciti a raggiungere una posizione unitaria per la fine delle ostilità. Il presidente americano aveva puntato i piedi, davanti alla dichiarazione congiunta, ma poi durante la cena, ultimo atto della sua presenza, aveva firmato. Macron ha cercato di dare un’interpretazione costruttiva alla partenza anticipata di Donald, supponendo che andasse a Washington per riannodare i fili della trattativa con l’Iran. Trump però era ripartito per discutere di intervenire nel conflitto, bombardando i siti nucleari della Repubblica islamica, e quindi ha smentito il collega francese rasentando l’insulto: «Che lo faccia intenzionalmente o meno, Emmanuel sbaglia sempre». Quindi ha accusato il collega dell’Eliseo di essere sempre alla «ricerca di visibilità», perché non sapeva di cosa stesse parlando, quando aveva «erroneamente affermato che ho lasciato il vertice del G7 per tornare a Washington e lavorare a un ‘cessate il fuoco’». Umiliato sul palcoscenico globale, Macron ha cercato di rimediare: «Se Trump ha cambiato idea, io non ne sono responsabile. Ho detto che era una cosa positiva che andasse a discutere e non cambio idea. La Francia ha una posizione chiara da anni». Visto però che il soggetto della discussione a Washington era cambiato, il capo dell’Eliseo ha anche lanciato un monito: «Qualcuno pensa ancora che quanto era stato fatto in Iraq fosse una buona idea? Qualcuno lo pensa della Libia?», dove in realtà era stato il suo predecessore Sarkozy a spingere per l’intervento. Si vedrà se Trump lo ascolterà, ma i leader del G7 hanno ricevuto il messaggio che è meglio tacere, perché qualsiasi tentativo di influenzare il collega americano rischia di trasformarsi in boomerang. Infatti il tedesco Merz si è limitato a dire che Netanyahu sta facendo in Iran «il lavoro sporco» per tutti gli altri, mentre Donald valuta se aiutarlo a completarlo.
In questo clima, la visita di Zelensky ha corso il rischio di passare inosservata. Il bilaterale con Trump è saltato perché non c’era più, ma anche la riunione 4+1 con Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna è stata annullata. La spiegazione ufficiale è che avevano già parlato abbastanza di Ucraina durante la sessione dell’ultima giornata, ma è stata anche una dimostrazione della relativa impotenza del G7 se il leader americano non è al tavolo. Zelensky ha lanciato un appello, definendo l’attacco missilistico russo di ieri su Kiev «uno dei più gravi dall’inizio della guerra. È una grande tragedia per noi e abbiamo bisogno del sostegno dei nostri partner».
Ha ripetuto di essere pronto a trattare un cessate il fuoco, ma «serve una forte pressione internazionale su Mosca affinché ciò diventi possibile». Il premier canadese Carney gli ha offerto aiuti per 2 miliardi di dollari, ma Kiev resta lontana da ciò di cui avrebbe bisogno per continuare a resistere.