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Ridolfi: “Il dolore di mio fratello era diventato insopportabile, prolungare i tempi è sadismo”

Fabio Ridolfi

 

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Intervista all’uomo che nel 2022 aiutò suo fratello Fabio, tetraplegico e in un letto da vent’anni, a ottenere il suicidio assistito
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«Sono passati tre anni da quando mio fratello non c’è più. Finalmente libero. Era il 13 giugno del 2022 e Fabio, dopo aver saputo di dover attendere altri 40 giorni prima di poter morire con il suicidio assistito, decise di mettere fine alle sue sofferenze con la sedazione profonda. Avrebbe voluto scegliere un addio diverso, un attimo e non una agonia, ma ogni giorno in più per lui era un tormento. E allora come si può pensare, oggi, di far aspettare un malato centoventi giorni, se non addirittura quattro anni prima di poter morire, come vorrebbe la legge della Destra? È sadismo puro». Andrea Ridolfi ha 50 anni ed è un uomo posato e tranquillo. Eppure è indignato. Amareggiato.

Ridolfi, lei nel 2022 aiutò suo fratello Fabio, tetraplegico e in un letto da vent’anni, a ottenere il suicidio assistito. Per i ritardi della Asl Marche Fabio scelse però un’altra strada.

«Fabio aveva tutti i requisiti previsti dalla Consulta. Il via libera per lui arrivò in sei mesi circa. Ma avevo fatto molta…

«Sono passati tre anni da quando mio fratello non c’è più. Finalmente libero. Era il 13 giugno del 2022 e Fabio, dopo aver saputo di dover attendere altri 40 giorni prima di poter morire con il suicidio assistito, decise di mettere fine alle sue sofferenze con la sedazione profonda. Avrebbe voluto scegliere un addio diverso, un attimo e non una agonia, ma ogni giorno in più per lui era un tormento. E allora come si può pensare, oggi, di far aspettare un malato centoventi giorni, se non addirittura quattro anni prima di poter morire, come vorrebbe la legge della Destra? È sadismo puro». Andrea Ridolfi ha 50 anni ed è un uomo posato e tranquillo. Eppure è indignato. Amareggiato.

Ridolfi, lei nel 2022 aiutò suo fratello Fabio, tetraplegico e in un letto da vent’anni, a ottenere il suicidio assistito. Per i ritardi della Asl Marche Fabio scelse però un’altra strada.

«Fabio aveva tutti i requisiti previsti dalla Consulta. Il via libera per lui arrivò in sei mesi circa. Ma avevo fatto molta fatica, a mettere insieme i documenti necessari per presentare la domanda. Quindi l’attesa per lui era già iniziata da tempo. E Fabio avrebbe voluto morire, addirittura, fin dal 2006, a due anni dall’incidente».

Può ricordarci quali erano le condizioni di Fabio?

«Mio fratello era un ragazzo pieno di vita e di passioni. Faceva l’operaio, insieme a me e a nostro padre, suonava in una band, era tifosissismo della Roma. Qui a Fermignano era amico di tutti. A 28 anni, nel 2004, restò tetraplegico a causa della rottura dell’arteria basilare. Nel giro di una notte Fabio si ritrovò immobilizzato in un letto, potendo muovere solo e unicamente gli occhi. Lucidissimo però. E vigile».

Erano gli stessi anni nei quali Piergiorgio Welby, anche lui costretto in un letto e legato a un respiratore, chiedeva di morire con l’eutanasia. Non la ottenne, però morì nel 2006 con la sedazione profonda grazie a un atto di disobbedienza civile dell’anestesista Mario Riccio.

«Fabio era in contatto con Welby e fece anche lui un appello pubblico, caduto però nel vuoto. Poi, per almeno per altri quindici anni, aveva invece provato a vivere, pur nella sua condizione di totale disabilità. E noi con lui. È questo che vorrei far capire a chi sta scrivendo quella terribile legge sul suicidio assistito che prevede l’obbligo di cure palliative e un comitato etico deciso dalla politica: le persone vogliono vivere, non morire. Ma quando chiedono di poter andare via, di lasciare questa terra, vuol dire che la sofferenza è insopportabile».

Quando avete deciso di presentare la domanda per il suicidio assistito?

«Dopo la sentenza della Consulta su djFabo. Avevamo pronte anche le carte per la Svizzera, ma visto che in Italia era diventato legale, Fabio voleva restare qui. Abbiamo chiesto aiuto a Marco Cappato e Filomena Gallo».

In quanti mesi avete avuto il via libera dalla Asl?

«Presentata a gennaio del 2022, a fine marzo la relazione medica, positiva, era già pronta. Quindi tempi celeri, all’inizio. Peccato che a noi non fosse arrivato nessuna comunicazione. Il documento era rimasto nei cassetti della Asl. Fabio era sempre più triste, disperato, ogni ora di attesa per lui era insostenibile. Il 18 maggio 2022 Fabio lancia un disperato appello tramite il suo comunicatore vocale. Il giorno dopo, pensate, ci arrivò dalla Asl il documento che certificava il diritto di Fabio a ottenere il suicidio assistito con il servizio sanitario nazionale».

E cosa succede, invece?

«Era un documento incompleto. Mancava l’indicazione del farmaco letale e del metodo di somministrazione. Per Fabio fu un colpo durissimo. Era a un passo dalla libertà e tutto si fermava di nuovo. Era stremato».

L’Associazione Coscioni mandò una diffida alla Asl.

«Sì, ma per la documentazione esatta ci sarebbero voluti almeno altri 40 giorni di attesa. Troppi per Fabio, dopo 18 anni di vita in un letto. Un giorno può essere infinito nelle condizioni in cui era mio fratello. Per questo la legge della Destra mi sembra una punizione verso i più fragili. Di fatto, una strategia per aspettare che le persone muoiano naturalmente, pur tra mille sofferenze. O vadano a Zurigo. Inaccettabile».

Quindi Fabio si è fatto addormentare.

«Così come è previsto dalla legge, nelle sue condizioni. Si tratta di una morte lenta, però, nella quale vengono sospese nutrizione e idratazione. Lui ci ha messo, per fortuna, “soltanto” otto ore, a volte ci vogliono giorni. Ma sarebbe potuto volare via in un minuto. E per noi assistere alla sua agonia è stato terribile. Fabio avrebbe voluto proteggerci. Non ha potuto. Non importa. Mio fratello ora è libero, questo conta.

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