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Pride a Budapest, allarme aggressioni neonazi. Vademecum degli organizzatori per non essere fermati

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Orbán: “Illegale partecipare”. Cappelli e occhiali per aggirare il riconoscimento facciale. Dalle autorità via libera a tre cortei dell’estrema destra
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BUDAPEST – Da un paio di settimane in Ungheria è proibito proiettare un arcobaleno su un edificio pubblico. Così Yuri Guyana e altri attivisti di All Out e del Budapest Pride hanno montato giovedì notte un proiettore sul lato orientale del Danubio e hanno scagliato un paio di scritte e arcobaleni sull’edificio che ospita gli uffici del Parlamento, di là del grande fiume simbolo della Mitteleuropa. Difficile immaginare qualcosa di più pacifico. «Eppure, avevamo paura della polizia. Ma per fortuna non è successo niente», ci racconta Yuri con un grande sorriso. Lo incontriamo in un luogo simbolico, la vecchia Università dell’Europa centrale fondata da George Soros, l’uomo che finanziò gli studi di Viktor Orbán. Il finanziere e filantropo che il premier ungherese, nella sua torsione autocratica degli ultimi quindici anni, ha trasformato in un bersaglio di odi e complotti antisemiti. Finché l’Università è stata costretta a trasferirsi a Vienna.

Gli organizzatori del Pride hanno previsto …

BUDAPEST – Da un paio di settimane in Ungheria è proibito proiettare un arcobaleno su un edificio pubblico. Così Yuri Guyana e altri attivisti di All Out e del Budapest Pride hanno montato giovedì notte un proiettore sul lato orientale del Danubio e hanno scagliato un paio di scritte e arcobaleni sull’edificio che ospita gli uffici del Parlamento, di là del grande fiume simbolo della Mitteleuropa. Difficile immaginare qualcosa di più pacifico. «Eppure, avevamo paura della polizia. Ma per fortuna non è successo niente», ci racconta Yuri con un grande sorriso. Lo incontriamo in un luogo simbolico, la vecchia Università dell’Europa centrale fondata da George Soros, l’uomo che finanziò gli studi di Viktor Orbán. Il finanziere e filantropo che il premier ungherese, nella sua torsione autocratica degli ultimi quindici anni, ha trasformato in un bersaglio di odi e complotti antisemiti. Finché l’Università è stata costretta a trasferirsi a Vienna.

Gli organizzatori del Pride hanno previsto qui una serie di convegni a margine della parata. Soprattutto, Yuri ci racconta che per i manifestanti è stato preparato una sorta di decalogo che sembra piuttosto adatto alla Corea del Nord che a un Paese dell’Unione europea. «Raccomandiamo di portare occhiali da sole e un cappellino per evitare il riconoscimento facciale, vietato in Europa ma deciso qui per legge. E di non indossare mascherine, neanche quelle sanitarie, perché sono proibite. E di evitare, prima e dopo la parata, di mostrare simboli lgbtq+ per scongiurare attacchi o altri problemi».

Già, le aggressioni. Sembrano quasi annunciate: le autorità ungheresi, le stesse che hanno bandito il Pride con una legge costituzionale, hanno autorizzato tre manifestazioni dell’estrema destra. E in mattinata, Viktor Orbán è tornato a minacciare «conseguenze legali» per chi parteciperà alla parata. Il premier ungherese ha assicurato che «il compito della polizia non è usare la violenza», ma è probabile che il lavoro sporco lo facciano i neonazisti che hanno minacciato di presidiare tutti i ponti. Tanto che a microfoni spenti dall’entourage del sindaco, Gergely Karacsony trapelano indiscrezioni su un possibile cambio di percorso dell’ultimo momento.

Karacsony ha tenuto una conferenza stampa al municipio, e all’ingresso del palazzo settecentesco sventolano da tempo due bandiere: quella ucraina e quella arcobaleno. Il sindaco è da anni uno dei più feroci oppositori di Orbán, ed è sembrato soddisfatto della travolgente risposta che sta arrivando dall’Europa, soprattutto dalla società civile. Il bando del Pride, ha sottolineato, «è una cosa triste», ma «sembra che il governo abbia fatto un calcolo sbagliato perché sta accadendo qualcosa di veramente grande». Resta l’enorme punto interrogativo su cosa farà la polizia, che nei giorni scorsi aveva dato ragione al bando deciso di Orbán annunciando il divieto della parata. Ebbene, ieri la Corte suprema ha annullato il provvedimento della polizia. La confusione regna sovrana. Quel che è certo è che il bando viola le regole europee: oggi al corteo ci sarà anche l’eurodeputata Chloé Ridel, portavoce dei socialisti francesi al Parlamento Ue. «Questa non è più una questione ungherese: riguarda tutta l’Europa», ci dice al telefono. A rappresentare la Commissione e la sua presidente Ursula von der Leyen, ci sarà «forse» la responsabile all’Eguaglianza, Hadja Lahbib, ha fatto sapere lei stessa. Ma Ridel punta il dito contro l’inazione dell’esecutivo europeo: «La Commissione non ha ancora reagito. Non ha fatto nulla. È tutto un “stiamo vedendo, stiamo valutando”. Ma cosa c’è da vedere? Qui si stanno calpestando dei diritti fondamentali iscritti nei Trattati europei». Per l’europarlamentare socialista c’è un solo modo per frenare Orbán: «Bisogna tagliargli il 100% dei fondi».

Marton Gergely è un’illustre vittima delle purghe orbaniane nei media, e dirige oggi il più grande settimanale libero ungherese, Hvg. Siamo andati a trovarlo nella sua luminosa redazione a Pest. E il giornalista d’inchiesta ci spiega che dietro la facciata autoritaria, Orbán nasconde una crescente debolezza. «È braccato dal suo rivale politico, Peter Magyar, che ormai lo distacca nei sondaggi di 10-15 punti. Ha precipitato l’Ungheria nella recessione, il Paese è al collasso in tanti settori cruciali come quello sanitario e gli ungheresi sono stanchi di lui». Anche perché mentre lo vedono arricchirsi e distribuire da quindici anni prebende e poltrone ai suoi fedelissimi, i consumi sono scivolati al 72% della media europea. Da enfant prodige dell’Europa post-caduta del Muro, l’Ungheria è precipitata in fondo alla classifica.

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