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Caso Sicilia, una questione morale per Fratelli d'Italia

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Il presidente del Parlamento siciliano, Gaetano Galvagno, e l’assessora al Turismo, Elvira Amata sono entrambi indagati
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C’è un tratto che segna la crisi della democrazia italiana: il disprezzo della verità, la torsione continua della legalità secondo l’occasione e l’appartenenza. È il potere che si piega al vantaggio privato, che trasforma le istituzioni in strumenti di favore, che svuota la responsabilità pubblica fino a renderla un simulacro. In Sicilia, oggi, questo tratto ha assunto un volto preciso: quello di alcuni esponenti di Fratelli d’Italia. Non il partito nel suo complesso, certo. Ma figure di vertice, uomini e donne che esercitano il potere regionale, che rappresentano il partito nelle stanze dove si amministra.

Il presidente del Parlamento siciliano, Gaetano Galvagno, e l’assessora al Turismo, Elvira Amata: entrambi indagati, entrambi in ruoli centrali, entrambi di Fratelli d’Italia. È da qui che si è aperto un cratere. Uno scandalo che ha spinto via della Scrofa a inviare un commissario per “fare ordine” in Sicilia. Un gesto che conferma il livello di allarme, ma che arriva dopo mesi di …

C’è un tratto che segna la crisi della democrazia italiana: il disprezzo della verità, la torsione continua della legalità secondo l’occasione e l’appartenenza. È il potere che si piega al vantaggio privato, che trasforma le istituzioni in strumenti di favore, che svuota la responsabilità pubblica fino a renderla un simulacro. In Sicilia, oggi, questo tratto ha assunto un volto preciso: quello di alcuni esponenti di Fratelli d’Italia. Non il partito nel suo complesso, certo. Ma figure di vertice, uomini e donne che esercitano il potere regionale, che rappresentano il partito nelle stanze dove si amministra.

Il presidente del Parlamento siciliano, Gaetano Galvagno, e l’assessora al Turismo, Elvira Amata: entrambi indagati, entrambi in ruoli centrali, entrambi di Fratelli d’Italia. È da qui che si è aperto un cratere. Uno scandalo che ha spinto via della Scrofa a inviare un commissario per “fare ordine” in Sicilia. Un gesto che conferma il livello di allarme, ma che arriva dopo mesi di silenzio e imbarazzo. Ciò che accade in Sicilia non è una parentesi regionale. È una sineddoche del paese. È l’esempio perfetto di come la “questione morale”, che fu di Berlinguer, ma prima ancora di chi guardava alla politica con l’occhio del dovere e non del favore, venga derubricata a questione mediatica. Un fatto da gestire, non da risolvere. La cronaca giudiziaria non è mai la questione centrale. È l’odore. È ciò che precede il reato, che racconta il metodo prima ancora dei reati. E l’odore che sale oggi dai palazzi di Palermo non è più solo quello del compromesso. È l’olezzo di un affarismo sfacciato, dell’arroganza di chi si sente protetto da un patriottismo usato come scudo, come licenza, come alternativa al Codice penale.

Gaetano Galvagno, presidente del Parlamento siciliano, giovane volto istituzionale della destra, è indagato per corruzione e peculato da gennaio scorso. E ha taciuto. Nessuna comunicazione al partito. Nessuna parola all’aula che presiede. La notizia esce solo a fine maggio rivelata da Repubblica. Il giorno prima dell’anniversario della strage di Capaci, Galvagno riceve un invito a comparire dalla procura. Il giorno dopo è in prima fila alle celebrazioni per Falcone. Una commemorazione della legalità e un’indagine per malaffare. Una accanto all’altra. Senza imbarazzo. In un Paese sano, quel silenzio avrebbe provocato una reazione. In Sicilia, invece, non muove nulla. Galvagno resta. Parla in aula di “linciaggio mediatico”. Invoca la Costituzione. Ma non accenna mai alla sostanza: il dovere politico di farsi da parte, almeno fino a chiarimento. Perché la responsabilità politica non è l’appendice del diritto penale. È questione di fiducia, di decoro. Chi amministra fondi pubblici non può permettersi nemmeno il sospetto di averli scambiati con favori.

E poi c’è Elvira Amata, assessora al Turismo, anche lei indagata. Anche lei di Fratelli d’Italia. Il suo assessorato, turismo, eventi culturali, promozione, è uno dei settori più ricchi di fondi discrezionali. E secondo l’accusa, proprio lì si sarebbe consumato un sistema di affidamenti, consulenze, fondazioni amiche, in una logica che somiglia troppo al clientelismo. Corruzione, dicono i magistrati. O, nel linguaggio più nitido della politica: degenerazione. Attorno a tutto questo, la regione osserva. E tace. Renato Schifani, presidente siciliano, uomo di Forza Italia, indicato da Ignazio La Russa per quel ruolo, non dice una parola. Tace oggi come ha taciuto spesso. Da presidente del Senato fu indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il gip respinse una prima richiesta di archiviazione, ordinò nuove indagini, poi il fascicolo si chiuse. Nessun processo. Ma intercettazioni, rapporti, contatti, nomi di mafiosi sono tutti reali. Tutto archiviato. Nulla dimenticato. A gennaio 2024, Schifani ha accettato la prescrizione per un procedimento a Caltanissetta per concorso esterno in associazione per delinquere e rivelazione di segreto d’ufficio. Anche in quel caso, nessuna parola. Nessun gesto. Perché in Sicilia, il silenzio è ancora la lingua madre del potere.

Fratelli d’Italia, intanto, si racconta come partito nato sulle ceneri delle stragi, vocato alla legalità, patriottico nei valori. Ma quando le inchieste toccano i suoi, la reazione è muta. Giorgia Meloni non parla. Ignazio La Russa difende. La linea è quella già vista con Delmastro, con Lollobrigida: se l’indagato è un “fratello”, allora è solo vittima di un complotto giudiziario o mediatico. La legalità si fa strumento di propaganda. Da codice di condotta, a strumento da sventolare contro gli avversari. Nel frattempo, nelle aule e negli assessorati, si maneggiano pacchetti di potere. Turismo, cultura, iniziative sociali: ogni settore può diventare un paravento per interessi privati. Mentre si piangono Falcone e Borsellino, si assegnano consulenze e fondi pubblici con criteri opachi. Ogni commemorazione rischia di diventare liturgia vuota, scenografia senza verità. Qui la verità non esplode. Corrode. Scava. E la domanda vera è una sola: chi tradisce oggi lo Stato, se non chi lo rappresenta e ne consuma ogni principio con arroganza e impunità?

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