ROMA – C’è un «difetto» evidente nella legge sul trattenimento dei migranti nei Centri di permanenza per i rimpatri. Una lesione del diritto che è «dovere ineludibile» del legislatore correggere. Perché quelle norme non rispettano il principio della libertà personale: incidono «sui diritti fondamentali», violando «la dignità della persona trattenuta». Lo stabilisce, con la sentenza numero 96 depositata ieri, la Corte Costituzionale guidata da Giovanni Amoroso. Che poi, nella stessa giornata, bacchetta il governo anche con le motivazioni sul caso abuso d’ufficio, la cui abrogazione, introdotta dalla maggioranza lo scorso anno, è stata comunque dichiarata legittima.
Ma è la pronuncia sui Cpr quella più attesa. Che infiamma subito le proteste di sinistra, ong, associazioni umanitarie, anche dei vescovi italiani. Un coro: «La Consulta smaschera la violazione di diritti fondamentali». «I giudici di pace ora dovrebbero sospendere le convalide di trattenimento nei Cpr e il Parlamento corre…
ROMA – C’è un «difetto» evidente nella legge sul trattenimento dei migranti nei Centri di permanenza per i rimpatri. Una lesione del diritto che è «dovere ineludibile» del legislatore correggere. Perché quelle norme non rispettano il principio della libertà personale: incidono «sui diritti fondamentali», violando «la dignità della persona trattenuta». Lo stabilisce, con la sentenza numero 96 depositata ieri, la Corte Costituzionale guidata da Giovanni Amoroso. Che poi, nella stessa giornata, bacchetta il governo anche con le motivazioni sul caso abuso d’ufficio, la cui abrogazione, introdotta dalla maggioranza lo scorso anno, è stata comunque dichiarata legittima.
Ma è la pronuncia sui Cpr quella più attesa. Che infiamma subito le proteste di sinistra, ong, associazioni umanitarie, anche dei vescovi italiani. Un coro: «La Consulta smaschera la violazione di diritti fondamentali». «I giudici di pace ora dovrebbero sospendere le convalide di trattenimento nei Cpr e il Parlamento correre ai ripari», denuncia Riccardo Magi di Più Europa. Ed è durissimo, dalla Cei, monsignor Gian Carlo Perego: «I giudici fanno emergere la disumanità dei Cpr, e l’inutilità di quello vuoto in Albania. Ecco l’ennesima sconfessione di una politica securitaria che non rispetta la dignità della persona migrante».
A porre la questione alla Consulta era stato il giudice di pace di Roma, chiamato a convalidare provvedimenti di trattenimento di stranieri in un Centro di permanenza per i rimpatri: i dubbi di legittimità si concentravano, in particolare, sulle norme che oggi non definiscono con chiarezza le modalità del trattenimento né l’autorità competente al controllo di legalità; violando così il principio della riserva assoluta di legge previsto dall’articolo 13 della Costituzione: che tutela la libertà personale. La Consulta, pur dichiarando inammissibili le questioni, segnala la gravità del «vulnus» e ammonisce il legislatore a imprimere una correzione. «È necessario intervenire — scrivono i giudici della legge — per garantire certezza del diritto e dignità della persona in un ambito dove si intrecciano sicurezza pubblica, immigrazione e diritti umani». È una tirata d’orecchie che il Palazzo si aspettava. Fonti del Viminale, a sera, sottolineano che«la carenza è risalente nel tempo» e assicurano che al Ministero erano «già al lavoro su una norma di rango primario». La pronuncia potrebbe, in ogni caso, produrre effetti a catena. Come suggerisce la mossa di un pool di avvocati milanesi. «Abbiamo appena depositato una richiesta di liberazione per un assistito, ristretto nel Cpr di Ponte Galeria — spiegano i legali Eugenio Losco, Mauro Straini e Gianluca Castagnino — In assenza di una disciplina chiara, tutti i trattenuti devono essere liberati».
Un monito chiaro arriva poi sull’abuso d’ufficio da parte della stessa Corte. Che, nelle motivazioni, affronta il tema degli «indubbi vuoti di tutela penale che derivano dall’abolizione di questo reato», pur specificando che non «discendeva alcun obbligo» dalla convenzione di Merida di prevedere e punire l’abuso d’ufficio. Anche in questo caso — è la significativa esortazione dei giudici — la questione «investe esclusivamente la responsabilità politica del legislatore».