«L’articolo aggiuntivo 11.015 dei relatori (canone annuo Anas) è stato ritirato». Ecco il messaggio WhatsApp che alle 14.47 di ieri ha certificato il dietrofront della maggioranza sull’aumento dei pedaggi autostradali. Appena ventiquattr’ore prima, l’articolo in questione era stato inserito in un emendamento al decreto Infrastrutture e depositato nelle commissioni Lavori pubblici e Trasporti della Camera per chiedere di incrementare il balzello al casello a partire dal primo agosto. Ma le tensioni tra Fratelli d’Italia e la Lega, culminate con uno scambio di messaggi piccati tra la premier Giorgia Meloni e il suo vice, Matteo Salvini, hanno portato alla retromarcia.
A inviare il messaggio sullo stop all’emendamento ai gruppi parlamentari sono le segreterie delle due commissioni. Lo fanno al termine di una mattina convulsa. È sabato, gli uffici della Camera lavorano da remoto, via mail. Alle dieci del mattino, le firme sotto l’emendamento di tre dei quattro relatori non sono state anco…
«L’articolo aggiuntivo 11.015 dei relatori (canone annuo Anas) è stato ritirato». Ecco il messaggio WhatsApp che alle 14.47 di ieri ha certificato il dietrofront della maggioranza sull’aumento dei pedaggi autostradali. Appena ventiquattr’ore prima, l’articolo in questione era stato inserito in un emendamento al decreto Infrastrutture e depositato nelle commissioni Lavori pubblici e Trasporti della Camera per chiedere di incrementare il balzello al casello a partire dal primo agosto. Ma le tensioni tra Fratelli d’Italia e la Lega, culminate con uno scambio di messaggi piccati tra la premier Giorgia Meloni e il suo vice, Matteo Salvini, hanno portato alla retromarcia.
A inviare il messaggio sullo stop all’emendamento ai gruppi parlamentari sono le segreterie delle due commissioni. Lo fanno al termine di una mattina convulsa. È sabato, gli uffici della Camera lavorano da remoto, via mail. Alle dieci del mattino, le firme sotto l’emendamento di tre dei quattro relatori non sono state ancora cancellate. Sono quelle di Antonio Baldelli e Massimo Milani (Fratelli d’Italia). C’è anche quella del deputato di FI, Francesco Battistoni. Il Pd va all’attacco. «L’emendamento non è stato ancora ritirato», chiosa la capogruppo dei dem a Montecitorio, Chiara Braga. «Chiediamo che l’emendamento sia ritirato», insiste il collega Andrea Casu. Il pressing monta a dodici ore dall’annuncio dei relatori di FdI sul ritiro dell’emendamento, in scia alla decisione presa da Matteo Salvini per il Carroccio.
Passano due ore e le firme scompaiono. L’annuncio lo dà la segretaria del Pd, Elly Schlein: «Siamo riusciti a ottenere pochi minuti fa il ritiro ufficiale dell’emendamento con cui il governo ha provato ad istituire la nuova tassa Meloni sulle vacanze degli italiani». La leader dem parla di «un indecente scaricabarile» tra le forze di maggioranza. E avverte: «Quello che chiediamo ora è che Giorgia Meloni si impegni a non presentare più l’aumento dei pedaggi per gli italiani nemmeno sotto altre forme, anche nei prossimi provvedimenti. E se ci riproveranno, li fermeremo di nuovo». Per Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde, «ritirare l’emendamento non basta: questo governo — dice il deputato di Avs — continua a tagliare su sanità e servizi, ma non rinuncia a spremere i cittadini».
Tocca a Maurizio Lupi provare a smorzare le tensioni. «È stata montata una tempesta in un bicchiere d’acqua, concentriamoci invece sulle vere priorità», dice il leader di Noi Moderati. Ma le accuse tra gli alleati continuano sotto traccia. Sono fonti del partito della premier a indicare «i tre errori di Salvini». Il primo: la collettivizzazione della paternità politica dell’emendamento. La norma sui pedaggi — dicono le stesse fonti — «doveva essere inserita nel testo del decreto scritto al Mit». Il secondo rilievo è sull’entrata in vigore dell’aumento, «un errore perché nel pieno dell’estate». Infine la convinzione che l’incasso (90 milioni) destinato alla manutenzione delle strade gestite dall’Anas sia «un palliativo che non risolve il problema». Sul fronte opposto, i leghisti insistono sulla condivisione dell’emendamento da parte di FdI «fin da quando» — sottolineano fonti del partito — «è stato annunciato la prima volta». Il ritiro dell’emendamento lascia una grana in capo all’Anas.
L’incasso dall’aumento del sovracanone doveva servire a coprire i costi extra per l’illuminazione pubblica, ma anche quelli per la manutenzione di una rete stradale che dal 2019 a oggi si è allargata di 7.500 chilometri. E quest’anno è previsto un nuovo afflusso: altre tratte passeranno dalla gestione regionale (Lombardia e Veneto) a quella di Anas. Ora il timore del governo è che altri presidenti di Regione facciano lo stesso. Nuovi trasferimenti, costi in aumento. Il dietrofront sui pedaggi lascia un’eredità amara al governo.