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Da Paragon alla libertà di stampa, il report Ue che boccia l’Italia

Da Paragon alla libertà di stampa, il report Ue che boccia l’Italia

Nel suo rapporto 2025 sullo Stato di diritto nel nostro Paese, la Commissione europea ha evidenziato progressi ridotti o nulli rispetto alle raccomandazioni espresse lo scorso anno. Male anche la protezione per i giornalisti

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Strasburgo – Libertà di stampa, conflitto di interessi, lentezza dei processi e decreto sicurezza. Nel Report della Commissione europea sullo Stato di diritto, presentato dal Commissario alla Giustizia, l’irlandese MacGrath, il nostro Paese riceve diverse bacchettate. E su questi punti presenta una serie di raccomandazioni: digitalizzare i tribunali per sveltire i processi, approvare una legge sul conflitto di interessi, varare una disciplina sul finanziamento dei partiti, garantire l’indipendenza dei giornalisti e della Rai come servizio pubblico, rivedere il reato di diffamazione per i giornalisti e tutelarne il segreto professionale.

Secondo Palazzo Berlaymont, quindi, il nostro Paese ha compiuto progressi «ridotti o nulli» rispetto ai precedenti richiami. Sull’informazione Bruxelles ritiene allora che si debbano individuare «meccanismi per fornire ai media di servizio pubblico finanziamenti adeguati». «Sebbene esistano norme e iniziative specifiche per la loro tutela – è l’ammonimento della Commissione Ue - i giornalisti continuano ad affrontare sfide nell’esercizio della loro professione. La riforma della legge sulla diffamazione, alcuni elementi della quale destano preoccupazione tra i giornalisti e le parti interessate dei media, non è andata avanti». Nel Report si cita anche il recente “caso Paragon” con lo spionaggio di alcuni cronisti, che viene interpretato come un elemento di allarme sulla libertà di stampa. Nello stesso tempo «alcuni nutrono preoccupazioni in merito alla vulnerabilità della Rai, ai rischi di interferenze indebite». Un richiamo anche su un provvedimento molto discusso in Italia, il cosiddetto decreto sicurezza. Sebbene la Commissione riporti anche il giudizio del governo secondo cui le norme non comportano alcuna contrazione delle libertà, come quella di manifestare, nel documento non si trascura che la legge «ha sollevato preoccupazioni tra le parti interessate in merito a un possibile impatto sullo spazio civico e sull’esercizio delle libertà fondamentali» come ha evidenziato il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa e dai relatori speciali dell’Onu.

«La lunghezza dei procedimenti – si legge ancora nel Report - rimane un problema serio, nonostante un certo miglioramento dei tempi di smaltimento». McGrath fa notare che nel 2023 i tempi di trattazione delle cause civili sono diminuiti in tutti e tre i gradi di giudizio (di 29 giorni in primo grado, di 50 giorni nel secondo e di 60 giorni nel terzo, rispetto al 2022), ma sono rimasti i più lunghi dell’Ue, in quanto ci sono voluti circa 6 anni per risolvere tali contenziosi. La durata del processo penale di primo grado è poi diminuito significativamente a 281 giorni (355 nel 2022). L’Italia continua quindi a essere sottoposta a una «vigilanza rafforzata».

Sull’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, contestato nei precedenti rapporti, stavolta la Commissione si limita a sottolineare che «è stata dichiarata conforme alla Costituzione». Nel contesto europeo, però, la maglia nera spetta all’Ungheria del sovranista Viktor Orbán. Budapest colleziona infatti il maggior numero di raccomandazioni, ben otto (l’Italia sei), oltre a registrare «nessun progresso» in diversi ambiti, tra cui la lotta alla corruzione, l’indipendenza dei media, la promozione di uno spazio civico sicuro. Unico «progresso significativo» l’aumento degli stipendi dei giudici in linea con gli standard europei.

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