ROMA – Trattare fino all’ultimo minuto utile, rimandando l’attivazione dei contro-dazi europei a dopo il 2 agosto, nel caso i negoziati precipitino e Washington resti inchiodata al 30% di tariffe per le merci del Vecchio continente, scenario da incubo, anche per l’Italia. È la linea che Giorgia Meloni affida ai collaboratori, in giornate tormentate tra le due sponde dell’Atlantico. Dopo un weekend funestato dall’arrivo della lettera all’Ue del presidente americano, nella cerchia della premier, però, trapela un felpato (e prudentissimo) ottimismo. Perché parlando nello studio ovale ieri il tycoon qualche spiraglio di mediazione l’ha lasciato intravedere. Spiegando che sì, la lettera la considera già un accordo, ma con gli europei, ha aggiunto, si può continuare a trattare.
ROMA – Trattare fino all’ultimo minuto utile, rimandando l’attivazione dei contro-dazi europei a dopo il 2 agosto, nel caso i negoziati precipitino e Washington resti inchiodata al 30% di tariffe per le merci del Vecchio continente, scenario da incubo, anche per l’Italia. È la linea che Giorgia Meloni affida ai collaboratori, in giornate tormentate tra le due sponde dell’Atlantico. Dopo un weekend funestato dall’arrivo della lettera all’Ue del presidente americano, nella cerchia della premier, però, trapela un felpato (e prudentissimo) ottimismo. Perché parlando nello studio ovale ieri il tycoon qualche spiraglio di mediazione l’ha lasciato intravedere. Spiegando che sì, la lettera la considera già un accordo, ma con gli europei, ha aggiunto, si può continuare a trattare.
Anche Meloni ha sentito Trump in questi giorni, dopo la lettera a Bruxelles. Insistendo, con l’inquilino della Casa Bianca come con gli altri leader dell’Unione, sulla necessità di scongiurare una guerra commerciale. E provando a rimarcare i vantaggi di un’intesa che, sostiene la premier, si può ancora siglare. Certo il punto di caduta non è ancora chiaro. Trump, accordandosi con la Gran Bretagna, che a maggio ha incassato tariffe al 10%, ha spiegato che quella soglia avrebbe riguardato solo il Regno Unito.
Dunque all’Ue potrebbe andare peggio. In alcune cancellerie si parla già del 15. Meloni, nelle telefonate di queste settimane con il presidente Usa, ha spiegato che il 10% sarebbe «assorbibile» per il mondo produttivo italiano. Di più è complicato. Anche se naturalmente 15 è meglio di 30. Ma le sigle degli industriali, come del comparto agricolo, restano crucciate e inquiete.
Meloni ieri non si è fatta vedere a Palazzo Chigi. A presiedere il Cdm fissato alle cinque di pomeriggio per alcuni decreti economici è stato il vice Antonio Tajani. Subito dopo, il ministro degli Esteri è partito per Washington. Missione a tema dazi e Ucraina. Bilaterali delicati con il segretario di Stato, Marco Rubio, il presidente della Commissione Esteri del Senato americano, Jim Risch, e il rappresentante commerciale degli Stati Uniti, Jamieson Greer.
Meloni in settimana potrebbe incontrare il commissario al Commercio, Maros Sefcovic, l’uomo che sta trattando i dettagli sui dazi, e che ha già in agenda appuntamenti con Tajani e con il ministro degli Affari Ue, Tommaso Foti. Ieri la premier si è sentita di nuovo con Ursula von der Leyen. Sente spesso il cancelliere tedesco Friedrich Merz, con cui c’è sintonia sul dossier commerciale. Negli equilibri di Bruxelles scombinati dal ciclone dazi, l’Italia si trova nel gruppone delle “colombe”. Più vicina alla posizione della Germania. Distante dai toni «muscolari» (copyright di Foti) del francese Emmanuel Macron. Anche se pure con l’inquilino dell’Eliseo le interlocuzioni vanno avanti. Ieri Parigi è stata definita un alleato «vitale» per Roma dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha sempre richiamato all’unità d’intenti dell’Europa e che ieri, in occasione della festa nazionale francese, ha ribadito come «una collaborazione tra partner fidati» sia «indispensabile per affrontare l’attuale contesto internazionale, segnato da sfide complesse e tensioni crescenti». Alla cerimonia di Palazzo Farnese c’era il titolare della Difesa, Guido Crosetto. Segnali distensivi verso Parigi. «Come ha ricordato Macron le cose belle si difendono anche con la forza», le parole di Crosetto. Messaggio chiaro: «Mettere da parte gli egoismi. È il momento di non essere più soltanto cugini ma fratelli». Fraternité.
Sul versante domestico, Meloni deve affrontare la richiesta delle opposizioni, che da tre giorni ripetono: venga in aula a riferire. Ecco, dall’entourage della presidente del consiglio filtra che no, non è il momento per un’informativa alle Camere. La ragione formale è che, al di là degli annunci, non è stata ancora protocollata la richiesta. Ma c’è anche un motivo squisitamente politico: la trattativa in questa fase è in mano all’Ue, lo scenario cambia di continuo, anche di ora in ora. Meglio non esporsi.