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Dall’Ongaro: “Gergiev artista di grande talento ma è simbolo del Cremlino, spettacolo inopportuno”

Michele dall'Ongaro 

 

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Intervista all’ex sovrintendente dell’Accademia di Santa Cecilia: Il discrimine è la propaganda. È emblema del potere di Mosca che ha finanziato molte sue iniziative”
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Michele dall’Ongaro, per dieci anni sovrintendente dell’Accademia di Santa Cecilia, lei conosce il maestro Gergiev?

«Abbastanza bene. In passato è stato spesso nostro ospite. E quindi ci sono state delle occasioni per parlarsi, anche se mai di politica».

È un grande direttore?

«Assolutamente. Uno dei più importanti. Un talento di enorme energia, attento ai giovani, che si è distinto per aver coltivato un repertorio non solo russo».

Che tipo è?

«Diverso dagli altri. Veste in jeans, porta la barba lunga, gioviale, spiccio, alla mano. Uno così raccoglie molte simpatie».

Pensa che debba esibirsi alla Reggia di Caserta?

«Penso che non sia opportuno».

Ha letto l’intervento della vedova Navalny su Repubblica?

«Certo. E mi ha profondamente commosso. È pienamente condivisibile».

Cosa l’ha colpita?

«Ripercorrere le tappe fondamentali dell’odissea vissuta dal marito richiama a tutti la necessità di rimanere vigili di fronte a ogni fenomeno di oppressione e di sopraffazione dell’essere…

Michele dall’Ongaro, per dieci anni sovrintendente dell’Accademia di Santa Cecilia, lei conosce il maestro Gergiev?

«Abbastanza bene. In passato è stato spesso nostro ospite. E quindi ci sono state delle occasioni per parlarsi, anche se mai di politica».

È un grande direttore?

«Assolutamente. Uno dei più importanti. Un talento di enorme energia, attento ai giovani, che si è distinto per aver coltivato un repertorio non solo russo».

Che tipo è?

«Diverso dagli altri. Veste in jeans, porta la barba lunga, gioviale, spiccio, alla mano. Uno così raccoglie molte simpatie».

Pensa che debba esibirsi alla Reggia di Caserta?

«Penso che non sia opportuno».

Ha letto l’intervento della vedova Navalny su Repubblica?

«Certo. E mi ha profondamente commosso. È pienamente condivisibile».

Cosa l’ha colpita?

«Ripercorrere le tappe fondamentali dell’odissea vissuta dal marito richiama a tutti la necessità di rimanere vigili di fronte a ogni fenomeno di oppressione e di sopraffazione dell’essere umano».

Cosa può fare l’arte?

«Può fornire delle risposte, com’è successo per esempio di fronte all’assedio nazista di Leningrado, in quell’occasione Sostakovic scrisse la settima sinfonia, che è diventato l’inno del popolo russo assediato».

La musica non è una grande forma di diplomazia culturale?

«Sì, certo, ma Gergiev è un simbolo del potere putiniano, amico di vecchia data del presidente, che ha finanziato molte sue iniziative musicali».

Qual è il discrimine per impedire a un artista di un’autocrazia di esibirsi?

«Quello di fare propaganda. Qui si parla di un artista organico a Mosca. Gergiev è l’emblema musicale della società odierna russa».

L’arte non è superiore alla politica?

«Nessuno mette in discussione la cultura russa o ce l’ha col suo popolo. Le porte sono sempre aperte, ma valutando caso per caso. Tugan Sokhiev, altro straordinario direttore d’orchestra, dopo l’invasione in Ucraina, si è dimesso dal Bolshoi in segno di protesta contro ogni forma di conflitto armato. Non dimentichiamoci però che la musica è anche uno strumento di propaganda».

In che senso?

«Già Hitler lo capì, infatti ebbe uno stretto rapporto con i Berliner Philharmoniker, diretti da Wilhelm Furtwaengler, che vennero utilizzati come simbolo della superiorità della cultura musicale tedesca. Richard Strauss ebbe un rapporto ambiguo col potere nazista. E le Ss fecero suonare la Nona di Beethoven a Theresienstadt davanti agli ebrei, che sterminavano il giorno dopo».

De Luca ha liquidato la vicenda come gossip.

«Mi pare che qui si sottovaluti una questione che è molto delicata e seria, che ci riguarda tutti. Ho letto che afferma di avere accolto migliaia di cittadini dell’Ucraina».

Come valuta questa posizione?

«Peggiora le cose. Perché pone sullo stesso piano vittime e carnefici. Probabilmente dice così perché non vuole fare marcia indietro».

Non è quindi un caso di russofobia?

«No. È una posizione politica ben precisa rispetto a un conflitto. Nessuno è bandito perché è russo. Questo l’equivoco da dirimere».

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