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La verità sull'omicidio Calabresi, perché i silenzi di Violante e Sofri sono diversi | Hanno tutti ragione

Luigi Calabresi 

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Cosa non torna nelle parole dell'ex pm e nelle vecchie campagne innocentiste sull'omicidio del commissario
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Questo è il numero di venerdì 18 luglio 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

Ricordo bene che nei primi anni Novanta comprai un numero di Cuore, il settimanale satirico diretto da Michele Serra, dove si raccontava con sconcerto l’esito di una specie di sondaggio condotto su non ricordo più quale platea di ragazzini dell’epoca. Ne risultava che una maggioranza di loro erano serenamente convinti che la strage di piazza Fontana fosse stata opera delle Brigate rosse. All’epoca erano passati dalla strage poco più di vent’anni, già sufficienti a stendere una colata di oblio sui fatti. Non voglio pensare cosa succederebbe se si ripetesse oggi l'esperimento. La differenza con i primi Novanta è che probabilmente la quasi totalità dei ragazzi non saprebbe attribuire la paternità della strage nemmeno all’autore sbagliato.

Dal delitto del commissario Calabresi, strettamente legato a piazza Fontana, sono invece passati 53 an…

Questo è il numero di venerdì 18 luglio 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

Ricordo bene che nei primi anni Novanta comprai un numero di Cuore, il settimanale satirico diretto da Michele Serra, dove si raccontava con sconcerto l’esito di una specie di sondaggio condotto su non ricordo più quale platea di ragazzini dell’epoca. Ne risultava che una maggioranza di loro erano serenamente convinti che la strage di piazza Fontana fosse stata opera delle Brigate rosse. All’epoca erano passati dalla strage poco più di vent’anni, già sufficienti a stendere una colata di oblio sui fatti. Non voglio pensare cosa succederebbe se si ripetesse oggi l'esperimento. La differenza con i primi Novanta è che probabilmente la quasi totalità dei ragazzi non saprebbe attribuire la paternità della strage nemmeno all’autore sbagliato.

Dal delitto del commissario Calabresi, strettamente legato a piazza Fontana, sono invece passati 53 anni. Quasi 40 da quando l’ex Lotta continua Leonardo Marino andò dai carabinieri a confessare di aver partecipato all’esecuzione di Calabresi chiamando in correità altri dirigenti e militanti di Lc, l’organizzazione comunista extraparlamentare che, mentre Marino vuotava il sacco, era ormai sciolta da poco più di dieci anni. Da quella confessione partì l'iter giudiziario tortuoso e controverso che portò alla condanna definitiva di Adriano Sofri, Giorgio Petrostefani e Ovidio Bompressi. È verosimile che le ultime generazioni sappiano del delitto Calabresi ancora meno che di piazza Fontana. Meno di meno, fate voi il conto.

Mi sono chiesto quindi cosa possa aver capito un diciottenne o una diciottenne del 2025 del dibattito di questi giorni. Per chi avesse perso le puntate precedenti, un breve sunto: Sofri scrive una lettera alla rubrica di Francesco Merlo Posta e risposta su Repubblica ricordando che Violante anni prima aveva sostenuto di avere la certezza della colpevolezza di Sofri sul caso Calabresi grazie alle rivelazioni di una “prova non ostensibile”. Intervistato da Annalisa Cuzzocrea, Violante, ex pm, ex parlamentare del Pds ed ex presidente della Camera, oggi in buoni rapporti con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha confermato di non voler rivelare il nome della fonte. E che Sofri è effettivamente colpevole, in quanto mandante, dell’omicidio del commissario. Sofri gli ha giustamente chiesto conto, invano, di questa affermazione. Quindi in un articolo su Repubblica l’ex leader di Lc ha ricostruito quale potrebbe essere il giro di antichi conciliaboli che, con molta approssimazione, potrebbe aver spinto Violante a reiterare le sue convinzioni. Sul tema sono intervenuti anche Ezio Mauro su Repubblica e Giuliano Ferrara sul Foglio, entrambi per dire in sostanza che una frase come quella di Violante non è conciliabile con una interpretazione sana del dettato costituzionale e dell’esercizio della giustizia in uno Stato di diritto. Due articoli lucidi e condivisibili, ben più articolati di quanto qui detto, recuperateli se li avete persi. Aggiungo solo qualche riflessione supplementare sul caso Sofri-Calabresi e sul rapporto tra politica e giustizia.

Se dovessi un giorno spiegare a mio figlio cosa è successo nel delitto Calabresi mi assumerei la responsabilità di dire più o meno questo: il commissario fu effettivamente ucciso da un commando composto da esponenti di Lotta continua, come raccontato dal reo confesso Marino. Marino non era un calunniatore, come una campagna innocentista molto forte a sinistra provò a sostenere nei giorni in cui infuriava il dibattito sulla sua confessione. Nel suo racconto c’erano contraddizioni e buchi, non tali da mettere in discussione una verità fattuale: furono lui e Bompressi, militanti di Lc, a sparare e uccidere il commissario in una strada di Milano in quel lontano 1972. Gli direi che lo avevano fatto perché ritenevano con quell’omicidio di fare giustizia di quel che era accaduto a Pino Pinelli, il ferroviario anarchico fermato poche ore dopo la strage di piazza Fontana e volato dal quarto piano della Questura di Milano mentre era in stato di fermo e mentre i vertici della polizia milanese cercavano indebitamente, e in qualche caso non innocentemente, di attribuirgli la responsabilità della strage. Aggiungerei che la presenza del commissario Calabresi nei locali della Questura non giustificava la campagna di odio che si scatenò contro di lui e tanto meno il suo omicidio. Mi preoccuperei di spiegare che l’omicidio di Pinelli mentre era nelle mani dello Stato, questo fu e non ci sono dubbi al proposito, resta uno dei più gravi misfatti della storia repubblicana e che nessuno è stato mai chiamato a risponderne, salvo appunto Calabresi ucciso in un esercizio di “giustizia proletaria” peraltro rivendicato all’indomani dell’esecuzione sulle colonne del quotidiano Lotta continua.

L’unica cosa che, a giudizio non solo mio, il processo non ha dimostrato è la colpevolezza di Sofri, leader di Lc indicato da Marino come mandante dell’omicidio in modo troppo impreciso e contraddittorio per giustificare una condanna. Se mio figlio chiedesse: ma Sofri sapeva che a uccidere Calabresi erano stati compagni del suo movimento, io direi: secondo me, sì. Non era l'unico, penso, ma quello non fu un delitto deciso ufficialmente dal partito. Lc non era un’organizzazione terroristica e non lo fu mai, il che non significa certo che avesse della rivoluzione un’idea pacifica. Da Lc proveniva buona parte del gruppo dirigente di Prima linea, seconda organizzazione armata del terrorismo rosso dopo le Br. Ho usato prima l’espressione “commando composto da esponenti di Lc”, e non “commando di Lc”, per sottolineare una differenza non superficiale. La cosa più probabile è che qualcuno in Lc volesse accelerare il corso verso l’insurrezione e la lotta armata e abbia forzato la mano per andare in quella direzione, come poi molti militanti fecero comunque. Sofri ha dunque ragione a proclamare la sua innocenza penale? Penso di sì e comunque, come direi anche se parlassimo di Stasi, la sua colpevolezza non è stata provata oltre ogni ragionevole dubbio, che è ciò che conta in uno Stato di diritto. Perché Sofri non ha detto quel che sa sul delitto? Figlio mio, penso che, quando si celebrò il processo, non abbia voluto puntare il dito sui suoi ex compagni. E, dopo la condanna, non lo abbia fatto per un misto di ragioni umane e politiche, ma è solo una supposizione. A me parve di scorgere un’ammissione di conoscenza dei fatti in un pezzo che Sofri scrisse per il Foglio molti anni fa, ma magari sbaglio e potrebbe confermarlo solo lui. Ma allora, potrebbe dire qualcuno, non fa lo stesso tacere su una presunta “fonte non ostensibile”, come ha fatto Violante, e tacere sui responsabili sul delitto? È una tesi, ma chi la sostiene non può non tener conto di una differenza sostanziale: nel primo caso chi tace sta accusando qualcuno senza offrirgli la possibilità di smentire e difendersi; nel secondo, non si può prescindere dal fatto che una sentenza ufficiale di colpevolezza c’è già. Non si tratta insomma di smascherare nessuno e Sofri non ha mai scelto di suffragare la propria innocenza accusando i coimputati.

A Violante, che fu pm antiterrorismo prima che politico di alto livello, che verosimilmente non rivelerà la “fonte non ostensibile” chiederei a titolo personale, senza che nulla c’entri quanto fin qui detto sul caso Calabresi, solo per ragionare del rapporto politica-giustizia: furono le leggi speciali varate in epoca di lotta al terrorismo un modello virtuoso da rivendicare o furono il laboratorio di una parziale distorsione della funzione della magistratura e dei mezzi messi a sua disposizione dal codice di procedura penale? Senza nulla togliere alla sacrosanta persecuzione dei reati di quel tempo, fu quella una stagione dove la sinistra italiana (leggi: Partito comunista italiano) accettò e in qualche modo incoraggiò che la magistratura svolgesse un ruolo supplementare rispetto a quello che le assegna la costituzione? Di persecutrice di fenomeni prima che di reati? Si sdoganarono all’epoca, in nome della lotta al terrorismo, anche l’abuso della carcerazione preventiva, il cambio in corsa dei capi di imputazione, la compressione dei diritti di difesa, tutti fenomeni rimasti in piedi nelle successive ondate di “emergenza” giustizialiste? Non sarà che di “fonti non ostensibili” eppure costituzionalizzate è ricca la storia italiana degli ultimi cinquanta anni?

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