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Meloni contenta a metà: “Bene l’accordo ma servono aiuti Ue”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Etiopia

 

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La premier commenta l’esito del patto con Trump da Addis Abeba. Le opposizioni: “Una disfatta”. Oggi il documento sulle “esenzioni”
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ADDIS ABEBA – La prima reazione, a caldissimo, suona così: «Bene, ma devo vedere i dettagli». Alle nove spaccate di sera, le otto italiane, Giorgia Meloni sbuca da un suv del governo etiope e quasi non vorrebbe parlare di dazi. Fa per infilare l’ingresso del maestoso hotel Sheraton di Addis Abeba. Poi, pressata dai cronisti piazzati dietro un cordone, parla otto secondi, di sfuggita: «È positivo che ci sia un accordo, ma non posso giudicare il merito se non so i dettagli». Stop. Cautela massima. Perché i contorni dell’intesa siglata in Scozia da Trump e von der Leyen non sono ancora chiari a Palazzo Chigi, che attende per oggi un’informativa dalla Commissione europea. E certo la presidente del consiglio non può cassare un accordo che ha più volte auspicato, ma nemmeno lanciarsi in dichiarazioni enfatiche, se il prezzo da pagare si mostrerà presto troppo salato. Anche perché, ragiona con lo staff, «si è conclusa solo la prima fase» delle trattative. Ci sarebbe insomma «un secondo tempo…

ADDIS ABEBA – La prima reazione, a caldissimo, suona così: «Bene, ma devo vedere i dettagli». Alle nove spaccate di sera, le otto italiane, Giorgia Meloni sbuca da un suv del governo etiope e quasi non vorrebbe parlare di dazi. Fa per infilare l’ingresso del maestoso hotel Sheraton di Addis Abeba. Poi, pressata dai cronisti piazzati dietro un cordone, parla otto secondi, di sfuggita: «È positivo che ci sia un accordo, ma non posso giudicare il merito se non so i dettagli». Stop. Cautela massima. Perché i contorni dell’intesa siglata in Scozia da Trump e von der Leyen non sono ancora chiari a Palazzo Chigi, che attende per oggi un’informativa dalla Commissione europea. E certo la presidente del consiglio non può cassare un accordo che ha più volte auspicato, ma nemmeno lanciarsi in dichiarazioni enfatiche, se il prezzo da pagare si mostrerà presto troppo salato. Anche perché, ragiona con lo staff, «si è conclusa solo la prima fase» delle trattative. Ci sarebbe insomma «un secondo tempo» che inizia adesso, in cui l’Italia proverà a strappare alcune esenzioni specifiche, per cui non dovrebbe valere la tariffa base del 15%. Olio, formaggi, ma anche mobili e moda.

Di notte la reazione italiana prende contorni meno vaghi. La premier sente i vice, Antonio Tajani e Matteo Salvini. Concorda la posizione, per evitare frizioni o sortite fuori linea. Alle 23 etiopi fa diffondere una nota che incalza Bruxelles, firmata anche dall’azzurro e dal leghista. Sì, il governo giudica «positivamente» l’intesa, perché garantisce stabilità e scongiura «una guerra commerciale in seno all’Occidente» che avrebbe avuto «conseguenze imprevedibili». Anche perché, si legge nel messaggio dei tre, il 15% non dovrebbe «sommarsi ai dazi precedenti», ma ricomprenderli. Ed è un bene che l’Europa abbia fatto «squadra comune», evitando «la trappola» di chi voleva un frontale con Washington. Ma alla Commissione, Meloni, con Salvini e Tajani, manda anche una sferzata: bisogna «rafforzare il mercato unico, tagliare la burocrazia, diversificare le relazioni commerciali e ridurre le nostre dipendenze». Non solo. Il governo si dice pronto a varare «misure di sostegno a livello nazionale, ma chiediamo che vengano attivate anche a livello europeo, per quei settori che dovessero risentire particolarmente» dei dazi in arrivo. Servono aiuti Ue.

Mentre Ursula e The Donald si accordavano nel Golf Club di Turnberry, la premier era a una cena offerta dal primo ministro d’Etiopia, Abiy Ahmed, preceduta da un bilaterale col presidente della Commissione dell’Unione africana, Mahamoud Ali Youssouf. Incontri preliminari in vista del summit Onu di oggi sui sistemi alimentari. Per la premier la trasferta nel Corno d’Africa è anche un modo per rilanciare il piano Mattei (qui in Etiopia oggi visiterà il lago di Boye appena bonificato e validerà altri progetti). Ma l’urgenza, è chiaro, sono i dazi. Meloni si gioca un pezzo di consenso. La tensione è palpabile, al netto dei sorrisi a favore di flash e dei coretti che le riserva all’aeroporto un gruppo di scolarette col tricolore in mano. Anche per questo, in attesa dei dettagli, nel governo nessuno si sbilancia troppo.

«Bisogna studiare le tabelle dei codici doganali», commenta Francesco Lollobrigida, al seguito di Meloni nel viaggio etiope. Per il ministro dell’Agricoltura, «la fine dell’indeterminatezza è positiva, ricordiamoci che si partiva dal 30%». Come dire: meglio il 15 del 30. Ma è ancora presto «per dare un giudizio netto». Più speranzoso il viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli, pure lui ad Addis Abeba. «Il 15% è accettabile», sostiene su un divanetto dello Sheraton. Von der Leyen? «È stata pragmatica. E ora inizia una seconda trattativa, sulle esenzioni».

L’opposizione non la pensa così. Già dalla mattina, la leader del Pd, Elly Schlein, parlava di una «fallimentare accondiscendenza» nei confronti di Trump. Il M5S di Giuseppe Conte ripesca le affermazioni del governo, che puntava all’obiettivo “dazi zero”. E dunque il 15 «è una disfatta». Per i rossoverdi Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni è alle viste un «disastro sociale». Mentre per Carlo Calenda la tattica di von der Leyen è stata «demenziale».

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