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I prigionieri di Almasri: “Ci picchiava e ci chiamava animali. Tutti hanno ancora paura di Osama”

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Il racconto delle vittime del generale libico arrivate nel centro Baobab di Roma
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“Quando veniva non restava a lungo. Si tappava il naso. Diceva che eravamo animali e si tappava il naso. Con le mani, in questo modo”. Quando Hassan arriva al centro Baobab insieme a tre amici sudanesi è giugno. E' arrivato in Italia da poco, ma prima di attraversare il mare per mesi è stato prigioniero in uno dei lager che Almasri ha continuato a gestire dopo che l’Italia l’ha scarcerato e riportato in Libia, permettendogli di dribblare un mandato di cattura internazionale.

I giudici dell’Aja accusano il comandante libico di detenzioni arbitrarie, torture, violenze, omicidi stupri. Esattamente quello che Hassan e i tre amici con cui viaggia hanno visto o personalmente subito. “C'era una donna con una bambina piccola”, mormora uno di loro durante il colloquio con gli operatori di Baobab, "no, non posso dire". Troppo l'orrore.

Tutti sono passati dai lager. Almasri, era lì, raccontano tutti. A dare ordini, a guardare, a minacciare, insultare, decidere della vita di ognuno. In quei centr…

“Quando veniva non restava a lungo. Si tappava il naso. Diceva che eravamo animali e si tappava il naso. Con le mani, in questo modo”. Quando Hassan arriva al centro Baobab insieme a tre amici sudanesi è giugno. E' arrivato in Italia da poco, ma prima di attraversare il mare per mesi è stato prigioniero in uno dei lager che Almasri ha continuato a gestire dopo che l’Italia l’ha scarcerato e riportato in Libia, permettendogli di dribblare un mandato di cattura internazionale.

I giudici dell’Aja accusano il comandante libico di detenzioni arbitrarie, torture, violenze, omicidi stupri. Esattamente quello che Hassan e i tre amici con cui viaggia hanno visto o personalmente subito. “C'era una donna con una bambina piccola”, mormora uno di loro durante il colloquio con gli operatori di Baobab, "no, non posso dire". Troppo l'orrore.

Tutti sono passati dai lager. Almasri, era lì, raccontano tutti. A dare ordini, a guardare, a minacciare, insultare, decidere della vita di ognuno. In quei centri non ha bisogno neanche del cognome per essere identificato. Per tutti è Osama e che qualcuno lo evochi basta per scatenare il terrore.

“Ci faceva vivere come bestie e poi ci picchiava perché diceva che eravamo bestie. Vivevamo in una condizione tremenda”, racconta un ragazzo. Un altro, ancora terrorizzato, spiega “Osama veniva. Diceva fai questo o fai quello e poi andava via. Restava a guardare per qualche minuto quando ordinava di picchiare”.

C’è altro, ha visto o subito altro. Lo capiscono gli operatori che parlano con lui, gli lasciano il tempo perché faccia emergere ricordi e immagini che – sanno ormai per esperienza – non lasciano scampo, tornano negli incubi, sorprendono nei momenti più inaspettati, tormentano. E il più delle volte restano bloccati dentro perché troppa la prostrazione, la vergogna, il dolore per quello a cui si è stati costretti ad assistere o a subire. “Io non posso dire le cose che faceva. Non è qualcosa che si può dire”.

Tutti però hanno capito cosa succede a chi in quel girone infernale rimane per troppo tempo. “Malati. Erano tutti malati. Alcune persone non si capiva se fossero vive o morte”, dice concitato uno dei ragazzi. “La prima volta che sono entrato lì, le facce delle persone che erano lì, per così a lungo, ho avuto paura. Ho avuto paura di diventare come loro”. Fantasmi, senza nome né diritti, la cui vita è appesa al capriccio di un carceriere. Una corte dell’orrore su cui Almasri anche dopo il suo ritorno in Libia ha continuato a regnare.

Da quell’inferno c’è un modo di uscire. Basta pagare. “I sudanesi devono pagare 3000 dinari libici, gli habash, etiopi e eritrei, 5500. Ci voglio due anni di lavoro per mettere insieme quei soldi”, spiega Daniel. Ventidue anni, in Sudan, prima del conflitto che da due anni incendia il Paese, era uno studente di ingegneria civile. Raid, bombe, combattimenti gli hanno tolto il padre e poi cinque amici, lo hanno trasformato prima in uno sfollato, poi in un profugo.

“Non era più possibile rimanere in Sudan, era troppo pericoloso, così sono andato in Egitto e poi da lì in Libia”. E lì è iniziato un altro incubo. Di quella stagione porta addosso ampie cicatrici sulle spalle e sul petto. Alcuni sono segni di morsi.

“La Libia è pericolosa, tutta. Ma il posto più pericoloso è ez-Zauia. Anche i libici ne hanno paura”. È uno dei feudi di Almasri, uno dei principali centri da cui gestisce le catture e i sequestri in mare che assicurano quotidianamente nuovi ingressi nelle prigioni che gestisce. Esseri umani trasformati in carne da macello. “La Libia – racconta mente su un foglietto abbozza uno schema - è divisa in territori, ognuno controllato da qualcuno. A est, dove c’è il deserto, c’è Haftar. Ma a Nord c’è solo la mafia. E l’uomo più pericoloso è Osama. Tutti hanno paura di Osama”. E ne hanno tutte le ragioni.

Lui è stato catturato nei giorni del Ramadan. Magari sperava in un allargamento delle maglie dei rastrellamenti legato al periodo di festa, con meno motovedette a pattugliare il mare. E invece. “Le milizie di Osama mi hanno catturato e portato in prigione”.

Non aveva soldi per pagare, né famiglia a cui chiederli. In Sudan non gli è rimasto nessuno. “Ed è stata dura, molto dura”. Non parla delle violenze subite. Della fame sì. “In prigione ci davano da mangiare solo una volta al giorno: un pezzo di pane, un piattino di maccheroni sconditi e una bottiglietta d'acqua piccola. Tutto questo doveva bastare per cinque persone. Se lo finivamo subito dovevamo aspettare comunque 24 ore”. Quando un uomo lo ha comprato come se fosse una bestia al mercato, ha iniziato a pensare di poter sopravvivere.

Non è un caso isolato, è prassi. I prigionieri vengono mostrati a chi abbia bisogno di qualcuno da sfruttare che letteralmente li acquista. Il loro riscatto viene “scontato” in mesi o anni di lavoro forzato. Per chi non abbia soldi essere sfruttati per un tempo indefinito è l’unica speranza.

“Un uomo sudanese mi ha aiutato – racconta Daniel - ha pagato lui per me, così mi hanno liberato e sono andato a lavorare per lui finché non ho potuto ripagare il mio debito”. Dopo, in assenza di canali legali, sicuri e rapidi per uscire dal Paese, solo il Mediterraneo, tanto pericoloso quanto sconosciuto, è stato l’unica strada percorribile per allontanarsi dall’inferno.

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