MESSINA – Adesso cominciano a crederci, ma non è un bel pensiero. È uno spettro, una paura, che ieri è arrivata in piazza per la prima manifestazione dopo il via libera, da parte del Cipess, al progetto definitivo. Anche se un progetto esecutivo ancora non c’è. Se prima la costruzione del ponte sullo Stretto era accompagnata dallo scetticismo del «tanto non lo inizieranno mai», negli ultimi giorni a Messina aleggia il fantasma dell’incompiuta, della grande opera che il governo Meloni inizierà e non finirà mai, lasciando per aria, anzi tra acqua e terra, mozziconi di acciaio, distruzioni edilizie e disastri ambientali, più un mare di polemiche e di cause legali. Oltre tremila persone hanno sfilato per le vie del centro con le bandiere No Ponte, e anche del Pd e di M5S, al grido di «Siamo tutti espropriati», con quella sensazione di essere privati di ogni certezza sul futuro.
MESSINA – Adesso cominciano a crederci, ma non è un bel pensiero. È uno spettro, una paura, che ieri è arrivata in piazza per la prima manifestazione dopo il via libera, da parte del Cipess, al progetto definitivo. Anche se un progetto esecutivo ancora non c’è. Se prima la costruzione del ponte sullo Stretto era accompagnata dallo scetticismo del «tanto non lo inizieranno mai», negli ultimi giorni a Messina aleggia il fantasma dell’incompiuta, della grande opera che il governo Meloni inizierà e non finirà mai, lasciando per aria, anzi tra acqua e terra, mozziconi di acciaio, distruzioni edilizie e disastri ambientali, più un mare di polemiche e di cause legali. Oltre tremila persone hanno sfilato per le vie del centro con le bandiere No Ponte, e anche del Pd e di M5S, al grido di «Siamo tutti espropriati», con quella sensazione di essere privati di ogni certezza sul futuro.
A Torre Faro, la punta orientale della Sicilia dove si incrociano il mar Jonio e il mar Tirreno e da dove il ministro Matteo Salvini ha annunciato che la grande opera sarà pronta tra sette anni, sui tetti delle case sventolano le bandiere contro la grande opera. Si riconoscono subito, sono quelle abitazioni che compaiono nella mappa degli espropri. Tra queste villette a schiera, a pochi passi dalla riserva naturale istituita nel 2001, si vive sospesi. È qui che dovrebbe essere costruito uno dei due piloni della costa siciliana, con un’altezza di 399 metri e un peso di 55 mila tonnellate.
Un’enorme struttura che tutto spazzerà via. Mariolina De Domenico, che ha assistito con incredulità all’arrivo del ministro dei Trasporti in città, si prepara per partecipare anche lei alla manifestazione contro il ponte, pronta alla battaglia più dura: «Se ci fosse un’utilità pubblica vera, cederei casa mia. Ma per il ponte no. Sarebbe sufficiente potenziare il trasporto marittimo, lo diciamo da anni. Per questo i nostri avvocati sono agguerriti e siamo certi che bloccheremo il progetto».
Potrebbe essere però troppo tardi, anche per le bellezze naturali di questo posto. Un esempio? Il canale Margi, che collega il lago piccolo di Ganzirri con quello grande, «verrà alterato, sarà deviato. Sopra passerà il viadotto che collegherà il ponte alla città, ci saranno colate di cemento nella riserva naturale», e parlandone Daniele Ialacqua, presidente del comitato No Ponte ma anche esponente di Legambiente, indica il paesaggio.
Nella sede del comitato No Ponte le mappe raccontano ciò che sarà. Sulla costa siciliana, il progetto prevede di espropriare 443 unità immobiliari, di cui 291 case: 230 nella zona di contrada Margi a Torre Faro, 51 a Contesse, nella zona sud della città perché qui sarà costruita la galleria del treno, e 10 in altri cantieri.
«Si entra nella carne viva della città. Potrebbe scoppiare un’emergenza sociale, un dramma», Rosa Cattafi è nel suo giardino, compie 66 anni tra pochi giorni: «Ho comprato questa casa dieci anni fa». Poi indica un’altra villetta: «Lì da 51 anni vive mia sorella. È qui che voglio trascorrere la mia pensione. Dove andrò se espropriano casa mia? Non ho un piano b. Sono avvilita». Nessuno ha voglia di cedere, qui la chiamano resistenza. Resistenza di fronte anche a possibili infiltrazioni mafiose e alla compravendita dei terreni, quindi speculazioni, su cui indaga la procura.
Si parla di un’area con una forte vocazione turistica che però non è solo di villeggiatura. È fatta di persone che vivono qui estate e inverno, tante si conoscono da sempre e per sempre sarebbero costrette ad andare chissà dove. A disperdersi alla ricerca di un nuovo alloggio in una città in cui già si fa fatica a trovare le abitazioni per chi sta lasciando le vecchie baracche. «Anche se mi dovessero offrire molto di più del valore della casa, non andrei via. Tutti noi avremo vite distrutte», dice un anziano signore, quasi trattenendo le lacrime, come stesse parlando di una tragedia che spazza via una comunità.
A pochi passi da qui, c’è una costa soggetta a vincoli ambientali. Si chiama «Beach rock» per le sue rocce. «Sarà devastata dai pontili. Dicono che sono provvisori ma distruggeranno l’intera area e creeranno un’alterazione della spiaggia e dell’ecosistema marino», secondo gli studi che illustra Ialacqua.
Non solo espropri, ma anche beni che tecnicamente vengono definiti «asserviti». Sono edifici, e sono tanti, sparsi in tutta Messina, che ricadono nella zona dei cantieri ma anche dei depositi dei materiali o del passaggio dei mezzi. Terminati i lavori potranno tornare ad essere utilizzati. Nel frattempo però solo incertezza, nessun indennizzo previsto e nessuna garanzia. Ora, in questa città dove dal mare tira sempre il vento, l’aria che soffia tra gli abitanti dello Stretto è di un allarme che va preso sul serio. Molto presto queste strade potrebbero dover sopportare anni di lavori. Si ipotizza infatti la costruzione di una nuova strada: «Messina a soqquadro, non solo la zona dove sorgerà il ponte». Ed è un ragionamento che non dipende dall’essere favorevoli o contrari.
La preoccupazione è tanta. Filippa Mancinone sa che il suo locale a Torre Faro non sarà espropriato: «Gli operai mangeranno qui? Cosa mi importa se attorno ci sarà il nulla. Non posso non pensare a chi perderà tutto». Come ad esempio il ristorante, non molto lontano da qui, su cui sarà piantato il pilone. Ci sono i camerieri al lavoro: «Cosa faremo?» Di fronte c’è un antico chiosco, un cocktail bar con i tavolini tutti pieni: «Una città smembrata per cosa?», si domanda chi lo gestisce: «Per un selfie con il ponte? A proposito, ci saranno ancora i selfie tra vent’anni quando forse sarà finito il ponte?».