«Vediamo se quello di Putin è un bluff». Giorgia Meloni lo ripete due volte, prima nella call che serve agli europei per trovare una linea comune, un piano in cinque punti per provare a scudare Kiev, evitando che i negoziati d’Alaska assomiglino a una resa. E poi davanti a Donald Trump, nella seconda video-riunione, la più spinosa. Nonostante i distinguo dei mesi passati rispetto all’asse franco-britannico, il più caparbio a proporre un contingente militare al confine dopo un cessate il fuoco (opzione rilanciata ieri anche con Berlino), il pericolo che le trattative sull’Ucraina assestino un colpo fatale alla sicurezza del continente spinge la premier a saldarsi sempre più al blocco di testa dell’Europa. Prima delle call di ieri, si era raccordata con il tedesco Friedrich Merz e il britannico Keir Starmer. Una tela diplomatica essenziale, a questo tornante della storia. Non solo: la premier, per la seconda volta dopo la famosa “foto di Tirana”, in cui l’Italia era stata esclusa dalla …
«Vediamo se quello di Putin è un bluff». Giorgia Meloni lo ripete due volte, prima nella call che serve agli europei per trovare una linea comune, un piano in cinque punti per provare a scudare Kiev, evitando che i negoziati d’Alaska assomiglino a una resa. E poi davanti a Donald Trump, nella seconda video-riunione, la più spinosa. Nonostante i distinguo dei mesi passati rispetto all’asse franco-britannico, il più caparbio a proporre un contingente militare al confine dopo un cessate il fuoco (opzione rilanciata ieri anche con Berlino), il pericolo che le trattative sull’Ucraina assestino un colpo fatale alla sicurezza del continente spinge la premier a saldarsi sempre più al blocco di testa dell’Europa. Prima delle call di ieri, si era raccordata con il tedesco Friedrich Merz e il britannico Keir Starmer. Una tela diplomatica essenziale, a questo tornante della storia. Non solo: la premier, per la seconda volta dopo la famosa “foto di Tirana”, in cui l’Italia era stata esclusa dalla chiamata degli europei con Trump, partecipa alla riunione dei volenterosi. Palazzo Chigi ne dà conto nel comunicato serale. È la conferma di una svolta, in senso europeo, portata avanti da un paio di mesi.
Certo, restano alcune differenze. Per esempio sul trilaterale Trump-Putin-Zelensky, in via di definizione se andasse a buon fine il vertice di Anchorage. Nella call, il leader ucraino rilancia l’opzione Roma, scartata la settimana scorsa dal Cremlino. L’idea è più che gradita a Meloni. Ma Germania e Finlandia caldeggiano Ginevra. Ipotesi che piace pure a Parigi. Nel linguaggio della diplomazia, non sono sfumature.
Più di altri partner del continente, poi, Meloni insiste su un punto. Nel suo intervento, davanti a The Donald, esprime «apprezzamento per gli sforzi del presidente Trump», ribadendo «l’importanza di lavorare con gli Stati Uniti per raggiungere una pace che assicuri la sovranità e la sicurezza dell’Ucraina». Dicendosi soddisfatta per la prova d’unità che starebbe mostrando l’Occidente, elogia la partecipazione di JD Vance alla call dei volenterosi, quasi intestandosi la saldatura con il blocco Ue: la mossa del vicepresidente Usa sarebbe «nel solco di quanto avvenuto a Roma a margine della Conferenza sulla ricostruzione», quando si unì ai volenterosi l’inviato speciale americano, Keith Kellogg.
La premier ringrazia pure Zelensky, «per la serietà mostrata nella ricerca di una soluzione diplomatica». Per l’Italia, mette a verbale, «una pace giusta e duratura» non può prescindere «da un cessate il fuoco e dal continuo sostegno all’Ucraina». In questa fase tormentata e fragile, come chiedono anche gli altri europei, tocca però mantenere «la pressione sulla Russia, anche attraverso le sanzioni» (sgradite però alla Lega). Poi, se mai si arrivasse a una tregua vera, ragiona Meloni, serviranno «solide garanzie di sicurezza, ancorate al contesto euroatlantico». Cioè, è la linea, con gli Usa «pienamente a bordo». Non potranno essere solo gli europei a sobbarcarsi la tenuta di Kiev, a pace fatta.
Quanto a Putin, per Meloni appunto è l’ora di scoprire le carte dello zar. «È il momento di vedere quale sarà, in Alaska, l’atteggiamento della Russia», rimarca la premier collegata dalle vacanze in Grecia. Consapevole che Mosca «finora non ha inteso fare alcun significativo passo avanti». Se ne riparlerà dopo il summit di ferragosto, in una nuova call fra Trump e gli europei, probabilmente il 16. Meloni quel giorno, trapela dal suo staff, potrebbe tornare a Palazzo Chigi. Ieri sera intanto ha informato i vice, Salvini e Tajani.