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Draghi: “Ue marginale da Gaza a Kiev. Evaporata l'illusione di un'Europa che conta”

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L’europeismo “pragmatico” dell’ex premier conquista il Meeting di Rimini
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RIMINI – È il discorso che non ti aspetti. L’europeista Mario Draghi, l’uomo del “whatever it takes”, l’estensore del rapporto economico che potrebbe, se adottato, cambiare il volto del Continente, confessa il suo iniziale scetticismo per la moneta unica e la costruzione europea. “Il mio è un europeismo molto pragmatico, molto con i piedi per terra, figuratevi che mi laureai con una tesi che diceva che la moneta unica era una gran sciocchezza”. È la premessa, culturale e retorica, per il più forte sprone all’integrazione comunitaria che sia venuto in questi mesi, un’integrazione fatta non per andare dietro agli ideali di Altiero Spinelli, non per una “visione europeistica”, ma per non essere spazzati via dalla competizione tra grandi potenze “in un mondo che è profondamente cambiato da quando è nata l’Unione Europea”.

Davanti alla platea amica del Meeting di Rimini, dove torna per la terza volta (l’ultima era quella del discorso sul “debito buono e debito cattivo”) accolto con calore …

RIMINI – È il discorso che non ti aspetti. L’europeista Mario Draghi, l’uomo del “whatever it takes”, l’estensore del rapporto economico che potrebbe, se adottato, cambiare il volto del Continente, confessa il suo iniziale scetticismo per la moneta unica e la costruzione europea. “Il mio è un europeismo molto pragmatico, molto con i piedi per terra, figuratevi che mi laureai con una tesi che diceva che la moneta unica era una gran sciocchezza”. È la premessa, culturale e retorica, per il più forte sprone all’integrazione comunitaria che sia venuto in questi mesi, un’integrazione fatta non per andare dietro agli ideali di Altiero Spinelli, non per una “visione europeistica”, ma per non essere spazzati via dalla competizione tra grandi potenze “in un mondo che è profondamente cambiato da quando è nata l’Unione Europea”.

Davanti alla platea amica del Meeting di Rimini, dove torna per la terza volta (l’ultima era quella del discorso sul “debito buono e debito cattivo”) accolto con calore e applausi tra gli stand, il premier spazza subito via le illusioni del passato. La principale è che “per anni l'Unione Europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali. Quest'anno sarà ricordato come l'anno, in cui questa illusione è evaporata”.

Tutto cambia con l’elezione di Trump, con l’aggressione russa all’Ucraina, con un ambiente geopolitico popolato da grandi carnivori. In questo habitat ostile, ricorda Draghi, “abbiamo dovuto rassegnarci ai dazi imposti dal nostro più grande partner commerciale e alleato di antica data, gli Stati Uniti. Siamo stati spinti dallo stesso alleato ad aumentare la spesa militare, una decisione che forse avremmo comunque dovuto prendere - ma in forme e modi che probabilmente non riflettono l'interesse dell'Europa”. Inoltre, l’Ue “ha avuto finora un ruolo abbastanza marginale nei negoziati per la pace” in Ucraina ed “è stata spettatrice anche quando i siti nucleari iraniani venivano bombardati e il massacro di Gaza si intensificava”. Gigante economico e nano politico, si diceva una volta della Germania. Una definizione che è stata poi adattata all’Ue. Ma anche il gigantismo economico è solo una illusione perché, se non ci muoviamo in fretta, finiremo presto in una spirale di declino sia produttivo che tecnologico.

Draghi riconosce che tra i popoli europei, in particolare in Italia, l’idea stessa di Europa genera ormai “scetticismo”. Ma non è uno “scetticismo” che investe (non ancora per lo meno) i valori su cui si fonda l’Europa - tolleranza, diritti, democrazia, libertà, indipendenza – quanto semmai la capacità delle istituzioni comuni di difendere quei valori. Eppure, tornare indietro, come vorrebbero i sovranisti, non è la strada giusta: “È chiaro che distruggere l'integrazione europea per tornare alla sovranità nazionale non farebbe altro che esporci ancor di più al volere delle grandi potenze”. E allora la ricetta è proprio opposta, costruire l’Europa del futuro, con istituzioni adatte alle nuove sfide. “Il prendere atto che la forza economica è condizione necessaria ma non sufficiente per avere forza geopolitica, potrà finalmente avviare una riflessione politica sul futuro dell'Unione”. Per affrontare il nuovo scenario che la vede oggi come la parte debole sulla scena, “l'Unione Europea deve trasformarsi da spettatore in attore protagonista. Deve mutare anche la sua organizzazione politica che è inseparabile dalla sua capacità di raggiungere i suoi obiettivi economici e strategici. E le riforme in campo economico restano condizione necessaria in questo percorso di consapevolezza”.

Draghi: "L'Ue deve trasformarsi da spettatore o comprimario a protagonista"

Il rapporto sulla competitività, scritto da Draghi in un anno di lavoro sentendo “centinaia di imprenditori, scienziati, economisti, ricercatori, stakeholder, tecnici”, traccia le riforme da fare sul piano economico. L’ex presidente della Bce le riassume per sommi capi, ma alla fine si riducono a due direttrici: far funzionare davvero il mercato interno, eliminando tutte le barriere, perché “il Fondo monetario internazionale calcola che, se le nostre barriere interne fossero ridotte a livello di quelle prevalenti negli Stati Uniti, la produttività del lavoro nell'Unione Europea potrebbe essere di circa 7% più alta dopo sette anni”. E poi spingere tutti gli investimenti comuni sulla tecnologia, visto che “nessun Paese che voglia prosperità e sovranità può permettersi di essere escluso dalle tecnologie critiche” e, come dimostra l’industria dei semiconduttori, “nessun paese europeo può da solo avere le risorse necessarie per costruire la capacità industriale richiesta per sviluppare queste tecnologie”.

Bandita la retorica europeista e fatto quasi l’elogio dello scetticismo che “aiuta a vedere attraverso la nebbia della retorica”, Draghi chiude con una “speranza nel cambiamento” ed è il momento in cui dalla platea si alzano gli applausi più forti. Qualche segnale positivo di risveglio c’è già, come per esempio sull’Ucraina: “La presenza dei cinque leader di Stati europei e dei presidenti della Commissione e del Consiglio nell’ultimo incontro alla Casa Bianca è stata una manifestazione di unità che vale agli occhi dei cittadini più di tante riunioni a Bruxelles”. Ma serve di più, più integrazione politica. I governi nazionali “devono ritrovare unità di azione, e non dovranno farlo quando le circostanze saranno divenute insostenibili, ma ora quando abbiamo ancora il potere di disegnare il nostro futuro”. È uno schiaffo europeista e un invito a tutti i cittadini a farsi sentire. “Trasformate il vostro scetticismo in azione, fate sentire la vostra voce. L'Unione Europea è la nostra migliore opportunità per un futuro di pace, sicurezza, indipendenza: è una democrazia e siamo noi, voi, i suoi cittadini, gli europei che decidono le sue priorità”. Come al parlamento europeo disse “fate qualcosa!”, lo stesso invito è rivolto ai cittadini comuni e ai corpi intermedi, come Comunione e liberazione.

Il grande auditorium della fiera di Rimini è pieno fino alle ultime file, quando si riaccendono le luci sono tutti in piedi ad applaudire. Tra gli stand un soddisfatto Bernhard Scholz, presidente della fondazione Meeting e gran cerimoniere della giornata, riassume così il senso politico dell’evento: “Quello di Draghi è un approccio pragmatico che, in questo momento, può essere più fruttuoso di un approccio ideologico”. E chissà se su questa linea di “europeismo pragmatico” non si possa riconoscere anche Giorgia Meloni, ex sovranista euroscettica, chiamata a chiudere il Meeting la prossima settimana.

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