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Il feeling di Draghi al Meeting tra selfie e abbracci: “Giuste le sue idee”

MARIO DRAGHI POLITICO 

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Il già capo della Bce sceglie per la quarta volta l’evento per rilanciare messaggi importanti
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RIMINI – Tra il Meeting e Draghi c’è un rapporto consolidato, come quei vecchi amici che si vedono raramente ma ogni volta riprendono il filo del discorso dall’heri dicebamus. La scintilla scoccò durante la pandemia, con l’Italia inchiodata, la crisi dei vaccini e il premier (che molti ritenevano il volto dell’austerità) che sorprese tutti facendo proprio qui il celebre elogio del «debito buono». E fu sempre a Rimini che Draghi si congedò da Palazzo Chigi, alla vigilia di elezioni dall’esito scontatissimo, con quel suo «l’Italia ce la farà, anche questa volta», che sembrò ad alcuni una benedizione a Meloni, ad altri un invito a passare ‘a nuttata della destra senza farsi prendere dalla disperazione.

Ieri si parlava d’Europa (per le cronache, è la quarta edizione di Draghi), ma il calore è quello di sempre. Lo stesso ex premier se ne sorprende e sorride divertito quando, passando di corsa accanto ai tavolini di una tavola calda interna, i ragazzi in maglietta blu – i volontari sono tan…

RIMINI – Tra il Meeting e Draghi c’è un rapporto consolidato, come quei vecchi amici che si vedono raramente ma ogni volta riprendono il filo del discorso dall’heri dicebamus. La scintilla scoccò durante la pandemia, con l’Italia inchiodata, la crisi dei vaccini e il premier (che molti ritenevano il volto dell’austerità) che sorprese tutti facendo proprio qui il celebre elogio del «debito buono». E fu sempre a Rimini che Draghi si congedò da Palazzo Chigi, alla vigilia di elezioni dall’esito scontatissimo, con quel suo «l’Italia ce la farà, anche questa volta», che sembrò ad alcuni una benedizione a Meloni, ad altri un invito a passare ‘a nuttata della destra senza farsi prendere dalla disperazione.

Ieri si parlava d’Europa (per le cronache, è la quarta edizione di Draghi), ma il calore è quello di sempre. Lo stesso ex premier se ne sorprende e sorride divertito quando, passando di corsa accanto ai tavolini di una tavola calda interna, i ragazzi in maglietta blu – i volontari sono tantissimi e molto giovani – gli tributano il primo di molti applausi. Non deve apparire strano, perché al fondo del draghismo, così come della visione di Cl, c’è la politica intesa come unione di quelli che si arrotolano le maniche e si danno da fare. Draghi lo fece da presidente della Bce, convincendo persino i falchi del nord Europa a non mollare i paesi ad alto debito come l’Italia, e lo mise in pratica a Roma guidando un complicato governo di coalizione. I ciellini lo teorizzano da sempre e hanno provato a far dialogare ad ogni edizione del Meeting destra e sinistra, cercando il filo che unisce più che la forbice che separa. Per questo Draghi è ancora molto pop tra gli stand e poi il passato tra i gesuiti aiuta.

All’arrivo i giornalisti, come sempre con il personaggio, vengono tenuti alla larga, i taccuini restano vuoti. Draghi si chiude per un’ora in un salottino a discutere con il ras del Meeting, Bernhard Scholz, e con Emmanuele Forlani, direttore della fondazione. Quando manca mezz’ora all’inizio del suo intervento, Draghi esce di gran carriera e viene scortato con lungo codazzo in giro per la fiera. L’obiettivo principale è introdurlo alla mostra “ogni uomo al suo lavoro”, curata dalla Compagnia delle opere, il braccio economico di Cl, con un focus particolare sul lavoro come “purpose”, come scopo della vita, un obiettivo che molti giovani faticano a vedere. Lo accoglie come guida proprio un ragazzo, Fabio Sala, mentre al corteo si unisce anche la neosegretaria della Cisl, Daniela Fumarola, un’altra di casa al Meeting.

L’auditorium è stracolmo, Draghi sa che la platea è percorsa da un forte «scetticismo» nei confronti dell’Europa, persino qui, tra i cattolici più impegnati in politica che certo non sono ascrivibili alla schiera dei sovranisti. Inutile negarlo, anzi, spronato dalle domande di Scholz, Draghi ammette che lui stesso aveva da giovane una visione euroscettica e proprio intorno a quella moneta unica di cui diventerà il guardiano. «La storia del mio europeismo non parte dai grandi principi della visione europea. Anzi, io faccio mia la frase del cancelliere tedesco Schimdt: quando uno gli chiese quale fosse la sua visione europea, gli rispose che se cercava una “visione” avrebbe fatto meglio a rivolgersi a un oculista». È proprio questo europeismo «con i piedi per terra» che conquista il pubblico. Uscendo dall’auditorium, Scholz riconosce che la formula draghiana funziona: «Un approccio pragmatico come quello che abbiamo ascoltato può essere più fruttuoso di uno ideologico»

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