RIMINI – Avanti con premierato, autonomia differenziata e, soprattutto, riforma della giustizia, «nonostante le invasioni di campo di una minoranza di giudici politicizzati che provano a sostituirsi al Parlamento e alla volontà popolare». Giorgia Meloni riemerge dopo le vacanze al Meeting di Rimini ed è un rientro tutto all’attacco, davanti a una platea in visibilio che le tributa applausi e standing ovation. I bersagli sono i soliti — la magistratura, le fantomatiche burocrazie, l’opposizione “ideologica”, i giornali — i toni sono da campagna elettorale.
Quello che la premier propone al popolo ciellino è soprattutto un patto valoriale, con un reciproco riconoscimento di stare dalla parte giusta. Se il Meeting celebra la visione conservat…
RIMINI – Avanti con premierato, autonomia differenziata e, soprattutto, riforma della giustizia, «nonostante le invasioni di campo di una minoranza di giudici politicizzati che provano a sostituirsi al Parlamento e alla volontà popolare». Giorgia Meloni riemerge dopo le vacanze al Meeting di Rimini ed è un rientro tutto all’attacco, davanti a una platea in visibilio che le tributa applausi e standing ovation. I bersagli sono i soliti — la magistratura, le fantomatiche burocrazie, l’opposizione “ideologica”, i giornali — i toni sono da campagna elettorale.
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Quello che la premier propone al popolo ciellino è soprattutto un patto valoriale, con un reciproco riconoscimento di stare dalla parte giusta. Se il Meeting celebra la visione conservatrice di Thomas Stearns Elliot, Meloni ripropone l’Atreju dei giovani missini, «il ragazzo de “La storia infinita” che lotta contro “il nulla che avanza” e che, come si sa, ha avuto un ruolo importante nell’immaginario della mia formazione culturale». Perché Meloni ha colto bene un punto, a strappare gli applausi più forti sono proprio questi riferimenti culturali e identitari «in un’epoca nella quale si vorrebbe omologare tutto, trasformare ognuno di noi in un consumatore perfetto, un vuoto a rendere che può essere riempito da qualsiasi cosa si voglia».
Poi, certo, c’è la politica. E se alla Fiera di Rimini era risuonato forte l’allarme di Mario Draghi sull’irrilevanza dell’Unione europea, vaso di coccio, Meloni mostra di condividerne l’analisi ma quasi irride chi la criticava all’epoca per il suo sovranismo antieuropeo. Dunque è vero, l’Ue «sembra sempre più condannata all’irrilevanza geopolitica, come ha giustamente rilevato Mario Draghi», ma «molte delle critiche che ho sentito rispetto all’attuale condizione le condivido così tanto da averle formulate molto spesso nel corso degli anni, venendo per questo aspramente criticata anche da molti di coloro che oggi si spellano le mani. Ma sapevo che prima o poi tutti avrebbero dovuto fare i conti con la realtà». Insomma, sembra dire: alla fine anche Draghi ha dovuto ammettere che avevo ragione io. Quale Unione dunque? Meloni la chiama «un’Europa del pragmatismo, andando oltre il dibattito un po’ stantio tra più Europa e meno Europa». Un’Europa «che faccia meno e che lo faccia meglio, che non soffochi gli Stati nazionali, ma ne rispetti i ruoli e le specificità». Una sorta di confederazione, ancora più lasca di quanto non lo sia oggi. L’esatto contrario di quanto proponeva ieri su Repubblica Romano Prodi.
Nessun riferimento a Matteo Salvini, ai suoi insulti a Macron (ripetuti anche ieri) sulla guerra in Ucraina. Però su questo la premier tiene la barra dritta, sempre pro-Kiev, convinta che «si sono aperti spiragli per un percorso negoziale, spiragli che sono stati resi possibili grazie a un’iniziativa del presidente degli Stati Uniti, ma ancora di più grazie all’eroica resistenza del popolo ucraino e al compatto sostegno che l’Occidente, l’Europa e l’Italia hanno garantito, nonostante un’opinione pubblica non sempre convinta».
Senza attaccare direttamente il governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu, la premier — sempre molto prudente su questo fronte — apre poi il capitolo Gaza. Per la prima volta la critica sale di livello: «Chiediamo a Israele di cessare gli attacchi, di fermare l’occupazione militare a Gaza, di porre fine all’espansione degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, di consentire il pieno accesso degli aiuti umanitari nella Striscia, di partire dalle proposte dei paesi arabi per definire un quadro di stabilità e sicurezza». La premier non ci sta però a restare sul banco degli accusati, con l’opposizione che in parlamento e fuori la critica per la sua inazione e il mancato riconoscimento della Palestina. Rivendica «il ruolo ricoperto dall’Italia» come prima nazione europea sul fronte umanitario e ne approfitta per una stoccata a sinistra: «Siamo il primo paese non musulmano al mondo per evacuazioni sanitarie da Gaza, perché c’è chi scrive le mozioni e urla gli slogan e c’è chi salva i bambini e io sono fiera di fare parte dei secondi».
Sorvolando sui dazi e il protezionismo commerciale dell’amico Trump, su cui non spende nemmeno una parola, Meloni apre quindi un lungo capitolo di promesse economiche in vista della legge di bilancio. A cielle prospetta più fondi per le scuole private (cattoliche), più fondi per le comunità che aiutano i tossicodipendenti, perché «la droga fa schifo», un piano casa «a prezzi calmierati per le giovani coppie, perché senza una casa è difficile costruire una famiglia». Sul lavoro si vanta dei record dell’occupazione: «In poco più di mille giorni abbiamo creato oltre un milione di nuovi posti di lavoro, la gran parte dei quali a tempo indeterminato». E ne approfitta per una tirata contro i 5 stelle e i sostenitori del reddito di cittadinanza, un sussidio che «deresponsabilizza la società e atrofizza le persone». Per il futuro, oltre al fantomatico piano casa, la promessa è un’attenzione «sul ceto medio, così da rendere il sistema più equo, più incentivante per chi pruduce reddito» e un sostegno alle imprese, attraverso «l’abbassamento strutturale del costo dell’energia che pesa come un macigno sulla competitività italiana».
L’indicazione delle tre riforme cardine della legislatura — premierato, autonomia e giustizia — è anche l’occasione per tornare a un attacco dei giudici che, nella visione della premier, si mettono di traverso nella lotta all’immigrazione clandestina che ha portato ad «abbattere drasticamente gli ingressi irregolari ma, soprattutto, ridurre il numero dei morti in mare». Quindi l’affondo, pesantissimo, condito da una minaccia: «Voglio dire con chiarezza, in apertura di questa stagione, che ogni tentativo che verrà fatto di impedirci di governare questo fenomeno con serietà e determinazione sarà rispedito al mittente. Non c’è giudice, politico o burocrate che possa impedirci di far rispettare la legge dello Stato italiano, di garantire la sicurezza dei nostri cittadini, di combattere gli schiavisti del terzo millennio».