RIMINI – L’alchimia ha funzionato, l’abbraccio di Comunione e liberazione con Giorgia Meloni è forte, e bisogna tornare con la memoria ai tempi di Berlusconi per ricordare scene simili. Applausi scroscianti anche prima che la premier prenda la parola dal palco, tanto che un imbarazzato Bernhard Scholz, il gran capo del Meeting, prova a frenare gli entusiasmi precoci: «Dobbiamo ancora ascoltare il presidente!». Poi però anche lui, presentando l’ospite, si lascia andare a una benedizione senza sfumature: «Anche chi non condivide il suo orientamento politico deve riconoscere che lei sta rappresentando il governo, anche a livello internazionale, con grande senso di responsabilità, coraggio e affidabilità». Nuova standing ovation e Meloni, accostando le mani al viso, confida a chi le sta accanto: «Oddio mò mi commuovo». E pare commuoversi davvero.
RIMINI – L’alchimia ha funzionato, l’abbraccio di Comunione e liberazione con Giorgia Meloni è forte, e bisogna tornare con la memoria ai tempi di Berlusconi per ricordare scene simili. Applausi scroscianti anche prima che la premier prenda la parola dal palco, tanto che un imbarazzato Bernhard Scholz, il gran capo del Meeting, prova a frenare gli entusiasmi precoci: «Dobbiamo ancora ascoltare il presidente!». Poi però anche lui, presentando l’ospite, si lascia andare a una benedizione senza sfumature: «Anche chi non condivide il suo orientamento politico deve riconoscere che lei sta rappresentando il governo, anche a livello internazionale, con grande senso di responsabilità, coraggio e affidabilità». Nuova standing ovation e Meloni, accostando le mani al viso, confida a chi le sta accanto: «Oddio mò mi commuovo». E pare commuoversi davvero.
Insomma, Cl ha trovato un nuovo nume tutelare, una madrina politica a cui fare affidamento. E lei, al di là delle aperture sui temi cari al Meeting come la parità scolastica, sa battere i tasti valoriali giusti. Cita nomi e affresca un pantheon di autori e personalità che qui dentro fanno risuonare corde sensibili. Sull’immigrazione si richiama alle parole del cardinale africano Robert Sarah, il grande nemico di Francesco, prelato tradizionalista, messa in latino e paramenti d’oro. E sempre nel campo cattolico tradizionalista sceglie il filosofo francese Jean Guitton. «Il campo che abbiamo scelto è il campo del reale, perché come ci ha insegnato Jean Guitton, mille miliardi di idee non valgono una sola persona». Altri applausi, anche da chi corre a compulsare Wikipedia. Ma tutto fa brodo e nel brodo non può mancare l’ingrediente principale del Meeting, Thomas S. Eliot, da cui è tratta la citazione immaginifica scelta per l’edizione di quest’anno: Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi. «Un autore a me molto caro, un cristiano, un conservatore».
Gli applausi scroscianti coprono tutto, anche la precipitosa uscita della premier dall’hangar della Fiera per una “visita privata” a San Patrignano, saltando il consueto tour degli stand e delle mostre del Meeting. E soprattutto saltando una foto con Matteo Salvini, che sta per arrivare. Ma sono solo i soliti giornalisti a speculare su queste risse estive nel governo, tanto che “Giorgia” e “Matteo” fanno sapere di essersi sentiti per telefono e oggi si vedranno in Consiglio dei ministri. Il leader leghista se la prende anzi con Repubblica, «che, in mancanza di meglio, guarda gli orari delle agende. C’è una squadra che su alcuni temi ha sensibilità diverse, ma che poi riesce a fare sintesi». E comunque, anche senza sintesi, qui il centrodestra ha fatto il pieno, anche per assenza di avversari.
C’era un tempo in cui il Meeting, pur restando a destra, non tralasciava uno sguardo sulla sinistra. Vennero qui negli anni passati un po’ tutti, da Zingaretti a Veltroni, da Renzi a Letta (presente anche a questa edizione, ma solo in quanto prof). Erano gli anni in cui un rappresentante doc della Ditta come Pier Luigi Bersani, allora responsabile economico dei Ds, arrivò a dire che «se vuole rifondarsi, la sinistra deve partire dal retroterra di Cl». Oggi la sinistra non c’è, non è stata invitata. Ci sono un po’ di riformisti dem (Tinagli, Bonaccini, Delrio e Picierno) e amministratori (l’emiliano Michele De Pascale, l’umbra Stefania Proietti o il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi). Ma i leader – a partire da Elly Schlein e Giuseppe Conte – non sono pervenuti. Né sono stati invitati. Un divorzio politico-culturale con un’area che, magari sbagliando o magari no, forse viene data per persa.