«Ci sentivamo quaranta volte al giorno, sempre ogni cosa che arriva… Noi ci sentiamo immediatamente (…) Io quando ricevevo gli atti glieli mandavo…. Ogni volta che c’era lui, c’ero anche io. Ma no, non ho ritenuto opportuno sottoporgli la bozza predisposta dall’ufficio (…) Non ci siamo mai posti il problema dei termini… Né le colleghe mi hanno mai detto: “Scade, non scade”». Parte da queste dichiarazioni, rilasciate davanti ai magistrati del tribunale dei ministri, e definite «inattendibili» e «mendaci» dalle stesse giudici, l’indagine su Giusi Bartolozzi, la capo di gabinetto del ministero della Giustizia, indagata per «false informazioni al pubblico ministero». L’iscrizione è arrivata dopo la trasmissione degli atti alla procura di Roma. E, prima ancora che una questione strettamente giuridica, pone un problema procedurale: Bartolozzi dovrà essere giudicata dalla magistratura ordinaria o invece potrà godere degli stessi privilegi dei ministri Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e del so…
«Ci sentivamo quaranta volte al giorno, sempre ogni cosa che arriva… Noi ci sentiamo immediatamente (…) Io quando ricevevo gli atti glieli mandavo…. Ogni volta che c’era lui, c’ero anche io. Ma no, non ho ritenuto opportuno sottoporgli la bozza predisposta dall’ufficio (…) Non ci siamo mai posti il problema dei termini… Né le colleghe mi hanno mai detto: “Scade, non scade”». Parte da queste dichiarazioni, rilasciate davanti ai magistrati del tribunale dei ministri, e definite «inattendibili» e «mendaci» dalle stesse giudici, l’indagine su Giusi Bartolozzi, la capo di gabinetto del ministero della Giustizia, indagata per «false informazioni al pubblico ministero». L’iscrizione è arrivata dopo la trasmissione degli atti alla procura di Roma. E, prima ancora che una questione strettamente giuridica, pone un problema procedurale: Bartolozzi dovrà essere giudicata dalla magistratura ordinaria o invece potrà godere degli stessi privilegi dei ministri Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano, indagati in un fascicolo parallelo sempre legato alla vicenda Almasri e sul quale si dovrà esprimere il Parlamento al termine del lavoro della giunta per le autorizzazioni a procedere.
Bartolozzi, secondo l’accusa, avrebbe mentito per proteggere il “suo” ministro Nordio. Omettendo di raccontare, sempre secondo i magistrati, che il ministero della Giustizia avrebbe potuto, meglio dovuto, compiere quegli atti necessari a evitare la scarcerazione di Almasri. In particolare, la corte d’Appello di Roma, dopo aver fatto notare a via Arenula l’inghippo procedurale che li «costringeva» a scarcerare il torturatore libico (l’arresto era stato effettuato senza il passaggio dal ministero della Giustizia), aveva chiesto un intervento nel giro delle 48 ore. Intervento che gli uffici del ministero avevano già preparato: sulla scrivania della capo di gabinetto Bartolozzi era infatti arrivata una bozza di un nuovo mandato di cattura, con la firma in calce del ministro Nordio, che avrebbe evitato la scarcerazione di Almasri. Ma quella bozza – ora allegata agli atti – è invece rimasta lettera morta. Bartolozzi ha spiegato che era successo perché non avevano percepito il senso dell’urgenza: per renderlo efficace dovevano farlo entro le 48 ore. «Per noi, siccome non c’era ancora una richiesta del ministro – si legge nel verbale - l’arresto non aveva termini, date, scadenze e, per questo, c’era una continua interlocuzione; questa è la ricostruzione che facciamo noi. Gli atti dovevano passare da noi… Non ci siamo mai posti il problema dei termini… Né le colleghe mi hanno mai detto: “Scade, non scade” (…) Noi non valutavamo in termini di tempi. … Io credo che, quando gliel’ho richiesto, ci sarà la mia richiesta, se fosse stata tardiva, lei magari mi avrebbe scritto: “È tardiva, perché il termine spira”. Io non credo che troverete… Pensavamo di poter avere più tempo e, invece, è andata come è andata».
Una versione, secondo il tribunale dei ministri, «intrinsecamente contraddittoria» e «logisticamente insostenibile», perché da un lato dice di aver informato il ministro subito dopo aver avuto la notizia dell’arresto di Almasri e dall’altro di non aver ritenuto opportuno di sottoporgli la bozza.
Agli atti ci sono anche alcuni messaggi in cui Bartolozzi, appena ricevuta la notizia da parte dei magistrati ella cattura del criminale libico, invitava i dirigenti del ministero a stare fermi, a limitare ogni comunicazione, senza protocollare e parlare unicamente su Signal, l’applicazione di messaggistica a prova di intercettazioni. Lo ha fatto, ha spiegato, perché si è mossa come se ci fosse un segreto di Stato. Che, però, in realtà non c’era. «Io lo ritenni un segreto di Stato - ha detto ancora a verbale - Se è stato apposto, non sono io a doverlo dire. A Chigi con i Servizi mi dissero che non dovevamo farne parola con nessuno, e io non ne parlai né con Birritteri» nè con gli altri dirigenti del ministero.
Dopo aver saputo di essere indagata, Bartolozzi lunedì ha incontrato prima Nordio e poi a palazzo Chigi il sottosegretario Mantovano. «Esprimo la mia piena e incondizionata solidarietà alla mia capo di gabinetto» ha detto ieri Nordio. «La dottoressa Bartolozzi – continua il ministro - ha sempre agito nella massima correttezza e lealtà, informandomi tempestivamente ed esaurientemente delle varie fasi della vicenda Almasri e di tutti gli aspetti ad essa relativi. Sulla base di questi ho fondato le mie valutazioni».