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Almasri, per difendere Bartolozzi la destra tenta la carta Consulta

Giusi Bartolozzi, capo gabinetto del ministro Nordio

 

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Battaglia in giunta sulla dirigente di via Arenula indagata. Ipotesi scudo come per Nordio Piantedosi e Mantovano
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Roma – Una connessione «teologica o consequenziale». Tradotto: bisogna cercare un modo per evitare alla capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, di finire sotto processo. Come previsto, nella riunione di ieri della giunta per le autorizzazioni a procedere la maggioranza ha introdotto il tema Bartolozzi, la magistrata fuori ruolo, principale collaboratrice del ministro della Giustizia Carlo Nordio, indagata per falsa testimonianza in un fascicolo parallelo a quello principale sul caso Almasri. Il centrodestra vuole scudarla, garantendole lo stesso iter previsto per i tre ministri indagati: Nordio, appunto, Matteo Piantedosi e il sottosegretario alla presidenza, Alfredo Mantovano. E questo nonostante l’articolo 4 della legge del 1989 sui reati ministeriali preveda che l’autorizzazione è possibile per un non parlamentare ma soltanto per i «reati in concorso». Bartolozzi è indagata per un’altra fattispecie – le false dichiarazioni – e quindi, secondo l’interpreta…

Roma – Una connessione «teologica o consequenziale». Tradotto: bisogna cercare un modo per evitare alla capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, di finire sotto processo. Come previsto, nella riunione di ieri della giunta per le autorizzazioni a procedere la maggioranza ha introdotto il tema Bartolozzi, la magistrata fuori ruolo, principale collaboratrice del ministro della Giustizia Carlo Nordio, indagata per falsa testimonianza in un fascicolo parallelo a quello principale sul caso Almasri. Il centrodestra vuole scudarla, garantendole lo stesso iter previsto per i tre ministri indagati: Nordio, appunto, Matteo Piantedosi e il sottosegretario alla presidenza, Alfredo Mantovano. E questo nonostante l’articolo 4 della legge del 1989 sui reati ministeriali preveda che l’autorizzazione è possibile per un non parlamentare ma soltanto per i «reati in concorso». Bartolozzi è indagata per un’altra fattispecie – le false dichiarazioni – e quindi, secondo l’interpretazione comune, in nessuna maniera potrebbe essere utilizzato l’articolo. La maggioranza, però, ha deciso di provare comunque la strada. Ritengono che esista una “connessione” e, per questo, ha sollecitato un approfondimento tecnico agli uffici sulla possibilità di sollevare davanti alla Consulta un conflitto di attribuzione da parte della Camera verso l’autorità giudiziaria.

La strada è strettissima, anche perché il tribunale dei ministri prima e la procura poi hanno già valutato la posizione di Bartolozzi ritenendo il reato non connesso a quello dei ministri, tanto da sdoppiare le due posizioni: inviare gli atti alla giunta per Nordio, Piantedosi e Mantovano e prendere la strada ordinaria per Bartolozzi. Che, essendo anche magistrata fuori ruolo, avrà un altro percorso: la procura di Roma ha informato il procuratore generale della corte di Cassazione, titolare dell’azione disciplinare, il ministero della Giustizia e il Consiglio superiore della magistratura. In astratto, infatti, anche il ministero potrebbe avviare un procedimento a carico di Bartolozzi: un cortocircuito che sicuramente non accadrà anche perché in via Arenula tutti i vertici sono sotto indagine. Bartolozzi e Nordio, appunto. Ma anche il sottosegretario Andrea Delmastro, per il quale invece c’è una condanna in primo grado per rivelazione di segreto.

«Al momento - spiega però il presidente della Giunta, Devis Dori, esponente di Avs - la questione Bartolozzi non esiste in questo organismo parlamentare. Resta un solo dato certo e cioè che se il reato per cui è indagata è esclusivamente false informazioni, non sussisterebbe alcun concorso. La legge parla solo di concorso e non di connessione». L’affaire Bartolozzi non passerà però così: il ricorso alla Consulta è considerato un’ipotesi concreta. Ieri intanto i lavori sono entrati nel vivo: il relatore in giunta, il deputato del Pd Federico Gianassi, ha ricostruito la vicenda. Segnalando come dagli atti emergerebbe che dietro la scelta di riaccompagnare Almasri con un volo di Stato ci siano state ragioni politiche. «Da domenica 19 a martedì 21 si sono tenute – ha detto Gianassi - riunioni di emergenza sul caso a cui hanno partecipato i vertici del governo, e dei Servizi per valutare le conseguenze dell’arresto di Almasri, le possibili ritorsioni contro l’Italia e la gestione della cooperazione con la Cpi». «Nel corso delle riunioni – ha continuato - l’Aise avrebbe sottolineato il rischio di tensioni a Tripoli che avrebbero potuto sfociare in azioni ostili contro interessi italiani. Temute anche ritorsioni contro interessi legati all’immigrazione, costituendo la milizia Rada il soggetto che esercita i poteri di sicurezza nelle zone indicate e sussistendo con la medesima una relazione rafforzatasi nell’ultimo anno».

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