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Ambrosoli: “Chi governa dovrebbe abbassare i toni invece pensa al consenso”

Umberto Ambrosoli 

 

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Intervista all’avvocato e saggista: “Negli anni di piombo essere uniti di fronte agli attacchi al cuore dello Stato ha cambiato il corso delle cose. Ora non ne siamo più capaci”
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«Le democrazie mostrano una fragilità che fino a qualche anno fa era impensabile. La conflittualità violenta è pane quotidiano del dibattito, ma soprattutto è strumento di relazione tra gli Stati. Penso che le classi dirigenti dovrebbero coltivare il dovere, a destra o a sinistra, di abbassare i toni. Un obbligo che dovremmo sentire tutti». Umberto Ambrosoli aveva sette anni quando suo padre Giorgio, l’avvocato liquidatore delle banche di Sindona, l’ eroe borghese di Stajano, fu ucciso nel 1979 da un sicario inviato dal banchiere criminale. Anch’egli avvocato, cattolico di sinistra, Umberto nel 2013 fu candidato governatore in Lombardia: «Esperienza interessante, e complessa». Con l’associazione intitolata a Giorgio non ha mai dismesso l’impegno civile e il dialogo coi giovani.

Avvocato Umberto Ambrosoli, Giorgia Meloni ha ragione? È proprio la sinistra a dover fare ammenda per l’odio che circola?

«Chiedo una moratoria, prima»

Su cosa?

«Sulle dichiarazioni che muovono i clic, sul batt…

«Le democrazie mostrano una fragilità che fino a qualche anno fa era impensabile. La conflittualità violenta è pane quotidiano del dibattito, ma soprattutto è strumento di relazione tra gli Stati. Penso che le classi dirigenti dovrebbero coltivare il dovere, a destra o a sinistra, di abbassare i toni. Un obbligo che dovremmo sentire tutti». Umberto Ambrosoli aveva sette anni quando suo padre Giorgio, l’avvocato liquidatore delle banche di Sindona, l’ eroe borghese di Stajano, fu ucciso nel 1979 da un sicario inviato dal banchiere criminale. Anch’egli avvocato, cattolico di sinistra, Umberto nel 2013 fu candidato governatore in Lombardia: «Esperienza interessante, e complessa». Con l’associazione intitolata a Giorgio non ha mai dismesso l’impegno civile e il dialogo coi giovani.

Avvocato Umberto Ambrosoli, Giorgia Meloni ha ragione? È proprio la sinistra a dover fare ammenda per l’odio che circola?

«Chiedo una moratoria, prima»

Su cosa?

«Sulle dichiarazioni che muovono i clic, sul battibecco di agenzie del giorno. La violenza che anima e dilata il dibattito è più presente di quanto sia mai stato in anni recenti. La si brandisce su tutto: su Gaza, dove ci si scatena su una parola, sull’Ucraina, sulle riforme».

Sta dicendo che non sorprende l’esternazione della premier?

«Vorrei, se me lo consente, cercare di fare uno sforzo in più. Di andare più in alto. Perché il problema non riguarda solo la nostra tensione interna, accesa. Ma l’Europa, l’Occidente. Ci angoscia il delitto Kirk, giustamente. Ma gli omicidi politici sono una costante, ormai».

Morti dimenticati?

«Vittime, al pari di Kirk. Che si lasciano ai margini. Sto pensando alla deputata democratica Usa Melissa Hortman, assassinata nel giugno scorso in Minnesota; o al politico tedesco della Cdu Walter Lübcke, ucciso nel 2019 da un neonazista perché favorevole all’accoglienza dei migranti; penso a Jo Cox, la deputata laburista ammazzata da un estremista di destra nel 2016; e non riesco a dimenticare, sempre in Inghilterra, del deputato conservatore David Ames pugnalato in una chiesa di Leigh-on-Sea. Per non parlare delle dozzine di feriti».

Politica e violenza tornano un binomio del nostro presente?

«Sì, con un’accentuazione oggettiva di aggressività nelle relazioni politiche. Ed è qui che la legittimazione dell’avversario sarebbe un valore da difendere».

Il contrario di quanto avviene oggi in Italia?

«In Italia, ovunque. Ma partecipare alla delegittimazione dell’altro significa innescare una spirale che finisce per snaturare e disintegrare quello che è invece il compito proprio di chi governa, di chi ha responsabilità di vita pubblica. E tutto si risolve in uno tsunami di commenti legati alla parola offensiva del giorno, che a sua volta genera una replica piccata, che poi alimenta altre parole di odio. Tutto questo è la sconfitta della politica. Ed è pericoloso».

Non è la macchina del consenso?

«Un vizio che poi la dinamica dei social amplifica: perché legata esclusivamente al frammento, alla parola e alla sensazione dell’attimo. In tanti, come sappiamo, non leggono i giornali, ma i social. Non chiedono il ragionamento, ma la frase o il fatto dirompente».

Suo padre fu ucciso per aver servito lo Stato, contro interessi di parte e disegni criminali. Le viene da pensare: il suo esempio, nel Paese di oggi, a chi parla?

«No, non vedo un deficit in questo senso. Perché la memoria di chi si è sacrificato, come il mio papà, viene portata avanti, anche nel silenzio, nelle azioni di ogni giorno, da persone che non hanno ruoli, vetrine. C’è invece un deficit di risposte pubbliche. La politica di oggi potrebbe prendere un esempio da quello che avvenne all’epoca».

Gli anni di piombo: vede affinità?

«Due epoche molto diverse, i contesti sono incomparabili. Ma, per paradosso, nella violenza di allora maturarono condotte positive che oggi sarebbero preziose. In quegli anni, di fronte agli attacchi portati al cuore dello Stato, essere uniti ha cambiato il corso delle cose. Ma ora non ne siamo capaci. Dai teatri di guerra, agli eccidi degli innocenti, al conflitto interno tra istituzioni».

Cosa la preoccupa di più?

«Piccolo esempio. Anni fa, con lungimiranza, Mattarella aveva espresso la preoccupazione per la tenuta dello stato di diritto, ovunque. Abbiamo prosperato dal dopoguerra costruendo diritti. Oggi ragioniamo del presente con politiche che accettano l’idea di eliminare diritti».

Sul clima incandescente e il conflitto interno. Lei che non è una toga, ma un avvocato: cosa pensa della riforma giustizia?

«Anche qui: faccio a meno di commentare i toni, gli insulti. Sto sulla riforma: da penalista, dico che non solo è inutile, ma può accentuare i problemi della giustizia. Lo trovo un provvedimento anacronistico: lo presentano come una rivoluzione, ma secondo me farà danni».

Andrà a votare per il no, al referendum?

«Da cittadino, non ho mai mancato un referendum nella mia vita. E in generale non sono un pessimista».

E cosa, oggi, le ispira ottimismo?

«Il confronto con i giovani. Non è un modo di dire. Rispetto a qualche anno fa, incontro ragazzi che hanno sete di conoscenza politica delle cose, che vogliono entrare nella complessità. Sono loro il presupposto per elaborare nuove risposte, per offrire soluzioni rispetto a domande sociali ed economiche che, in Europa e nel mondo, sembrano purtroppo virare a destra».

La sinistra, avvocato, non sta facendo tutto il possibile?

«Stando ai sondaggi, sembra di no. Ma un buon lavoro può richiedere più tempo, per frutti più duraturi».

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