Primo imperativo: non rompere con la Germania, ma anzi concordare con Berlino la linea sulle sanzioni. Secondo: prendere tempo in sede europea, nella speranza che una rapida conclusione delle operazioni militari consenta al governo italiano di ridimensionare al massimo — se non addirittura di far saltare — le misure punitive sul fronte commerciale. Sono i paletti di Roma. Anticipati ieri durante il Coreper, l’organismo che riunisce gli ambasciatori degli Stati membri. E accompagnati in quelle stesse ore da una mossa pesante del commissario italiano Raffaele Fitto, che ha deciso di non prendere parte alla seduta del collegio, nella sessione dedicata alla stretta contro Tel Aviv.
Il passaggio del Coreper, si diceva: il delegato italiano ha ricordato il sostegno italiano alla risoluzione delle Nazioni Unite per una soluzione a due Stati, ribadendo il via libera all’adozione di sanzioni contro i coloni violenti. Si è anche detto infine «disponibile» a parlare — verbo che in diplomazia non…
Primo imperativo: non rompere con la Germania, ma anzi concordare con Berlino la linea sulle sanzioni. Secondo: prendere tempo in sede europea, nella speranza che una rapida conclusione delle operazioni militari consenta al governo italiano di ridimensionare al massimo — se non addirittura di far saltare — le misure punitive sul fronte commerciale. Sono i paletti di Roma. Anticipati ieri durante il Coreper, l’organismo che riunisce gli ambasciatori degli Stati membri. E accompagnati in quelle stesse ore da una mossa pesante del commissario italiano Raffaele Fitto, che ha deciso di non prendere parte alla seduta del collegio, nella sessione dedicata alla stretta contro Tel Aviv.
Il passaggio del Coreper, si diceva: il delegato italiano ha ricordato il sostegno italiano alla risoluzione delle Nazioni Unite per una soluzione a due Stati, ribadendo il via libera all’adozione di sanzioni contro i coloni violenti. Si è anche detto infine «disponibile» a parlare — verbo che in diplomazia non è mai definitivo — contro «i ministri estremisti israeliani». C’è un “però”, rispetto a questo atteggiamento: tutte le sanzioni individuali necessitano dell’unanimità per essere adottate. L’Italia, dunque, ha detto sì a proposte che potranno essere affossate con l’opposizione di un solo Stato membro. Allo stesso tempo, gli italiani sono intenzionati a mettersi di traverso sulle sanzioni commerciali, che si approvano invece a maggioranza qualificata: vista l’opposizione di diverse capitali, basterà il voto di Roma (o quello di Berlino) a bloccarle. Di fatto, l’esecutivo può sostenere pubblicamente una stretta che difficilmente andrà in porto, e frenare misure che invece — se sostenute — potrebbero diventare operative.
È un’acrobazia diplomatica che segnala una difficoltà. Una strategia accompagnata da queste parole, pronunciate da Meloni ad Ancona: «La reazione di Israele è decisamente sproporzionata. Un quadro che non può che peggiorare con l’occupazione di Gaza City, una scelta che l’Italia non può condividere». Per poi aggiungere: «I terroristi di Hamas ancora oggi si rifiutano di liberare gli ostaggi. Cerchiamo di costruire pace con risposte, non solo con gli slogan».
Una precisazione: secondo tutte le fonti interpellate, Meloni maneggerebbe in altro modo questo dossier, se non dovesse fare i conti con le conseguenze del suo posizionamento internazionale. Detta in altri termini: la premier è stufa dell’atteggiamento di Netanyahu, ma non ancora al punto di voltare davvero pagina. A lungo, infatti, “Bibi” è stato un punto di riferimento della destra italiana. E poi c’è il sostegno di Donald Trump alla linea israeliana: un’altra ragione per non schierarsi con gli europei più critici. Certo, al G7 canadese di giugno si appellò al tycoon per un cessate il fuoco a Gaza. Ma questa posizione è accompagnata dal tentennare sulle sanzioni.
L’altro ieri, la leader ha fatto il punto con Antonio Tajani. Potrebbe infatti essere il consiglio dei ministri degli Esteri — in agenda per il prossimo venti ottobre — a doversi esprimere in modo definitivo sulle sanzioni. La speranza italiana, avvalorata da alcuni report riservati che circolano a Palazzo Chigi, è che l’offensiva nella Striscia termini presto: se la partita militare dovesse chiudersi entro l’inizio di ottobre, l’Italia avrebbe più facilità nel ridimensionare le misure contro Israele.
L’altra opzione che valuta Meloni è quella di affidare al suo delegato al Coreper la battaglia per la revisione delle sanzioni. In particolare quelle commerciali, che preoccupano Palazzo Chigi per le ricadute economiche, visto il robusto interscambio con Tel Aviv. Roma è intenzionata ad adottare un atteggiamento “selettivo”, chiedendo di contenere o cancellare i prodotti agroalimentari e tecnologici. E lasciando in piedi magari solo le sanzioni ricollegabili al mondo della difesa.
L’altra necessità politica è gestire in modo coordinato la trattativa con la Germania. La premier gode di buoni rapporti con il Cancelliere Friedrich Merz, Tajani vanta relazioni fortissime con i popolari della Cdu e Csu. Berlino sembra addirittura più motivata di Roma nel bloccare la stretta. E per Meloni, proprio lo “scudo” tedesco va sfruttato, anche per una ragione tattica: a Berlino governa una larga coalizione che include anche i socialisti della Spd, un argomento utile a Palazzo Chigi per segnalare che non solo la destra italiana è ancora morbida su Israele. Non è una preoccupazione banale, soprattutto perché Meloni ha ormai chiarissimo che la vicinanza a Netanyahu è assai sconveniente in termini di consenso.