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Incappucciati, maranza, cani sciolti: i violenti che hanno creato il caos al corteo di Milano

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I facinorosi provengono da gruppi che si radunano per tentare di bloccare i binari e paralizzare il traffico
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Alle cinque del pomeriggio, l’ultimo blocco dei pro Gaza è seduto a terra davanti ai poliziotti in via Vittor Pisani ridotta a un tappeto di pietre, cestini, cocci di bottiglie, bossoli di lacrimogeni; ancora scandiscono “free free Palestine” e “non vogliamo dare armi a Israele” mentre altri, trecento metri più in là, usano il corpo per bloccare il traffico agli incroci con piazza della Repubblica. È a quel punto che si tira un primo bollettino della guerriglia di Milano e si prova a ricostruire come l’assalto alla stazione Centrale sia potuto accadere, chi lo ha compiuto (organizzato?), e perché — forse — chi ha gestito l’ordine pubblico non se lo aspettava. O comunque non così violento.

Dietro i numeri, la sessantina di agenti feriti, gli otto manifestanti acchiappati dalla Digos e portati in Questura, i danni per qualche decina di migliaia di euro, c’è la sequenza di una giornata che a un certo punto curva improvvisamente e diventa caos: lanci di pietre, porte e vetrine sfondate e …

Alle cinque del pomeriggio, l’ultimo blocco dei pro Gaza è seduto a terra davanti ai poliziotti in via Vittor Pisani ridotta a un tappeto di pietre, cestini, cocci di bottiglie, bossoli di lacrimogeni; ancora scandiscono “free free Palestine” e “non vogliamo dare armi a Israele” mentre altri, trecento metri più in là, usano il corpo per bloccare il traffico agli incroci con piazza della Repubblica. È a quel punto che si tira un primo bollettino della guerriglia di Milano e si prova a ricostruire come l’assalto alla stazione Centrale sia potuto accadere, chi lo ha compiuto (organizzato?), e perché — forse — chi ha gestito l’ordine pubblico non se lo aspettava. O comunque non così violento.

Dietro i numeri, la sessantina di agenti feriti, gli otto manifestanti acchiappati dalla Digos e portati in Questura, i danni per qualche decina di migliaia di euro, c’è la sequenza di una giornata che a un certo punto curva improvvisamente e diventa caos: lanci di pietre, porte e vetrine sfondate e cariche in Centrale, in mezzo a centinaia di viaggiatori e coi treni bloccati così come la fermata della metropolitana, e poi sulla spianata di piazza Duca d’Aosta e infine in Vittor Pisani, dove gli scontri vanno avanti per quasi due ore. Largo Cairoli, ore 9.30. L’ala più movimentista del grande corteo sfilato in solidarietà con il popolo palestinese — centri sociali, gruppi pro Gaza, studenti — era partita da lì per unirsi al resto dei manifestanti radunati alle 10 in piazzale Cadorna. Il punto da cui si è mosso il serpentone formato da migliaia di persone e aperto dal Cub. La stazione di Cadorna è blindata da decine di agenti: c’è il timore che qualche frangia violenta potesse subito staccarsi per provare a entrare nello scalo e invadere i binari.

Un piano che in effetti era nella mente di alcuni, ma con un obiettivo diverso: la stazione Centrale, il cuore del traffico ferroviario. Ovvero il capolinea del corteo partito da Cadorna. «Ai treni, ai treni!». La carambola del caos milanese è innescata da una voce che parte dalla coda del corteo: è lì che mano a mano confluiranno decine di violenti. Un corteo che aveva già rovesciato cori («assassini, assassini»), qualche lancio di petardi e bandiere bruciate (Usa, Nato, Israele e Ue) al passaggio tra via Turati e piazza della Repubblica, e cioè a un paio di centinaia di metri dal consolato americano. Era uno dei luoghi ritenuti a rischio e dunque più protetti. In teoria lo era anche la Centrale. Che però, a occhio, era più perforabile, attaccabile dai cancelli su tre lati e pure dal metrò.

I facinorosi — qualche decina di giovani incappucciati, esperti di guerriglia urbana — scatenano gli scontri. Chi sono? Non antagonisti, o comunque non in prevalenza. Non i centri sociali che — spiegano fonti investigative — si “ritirano” appena prima che comincino le violenze più dure: i quattro del Lambretta portati in Questura avrebbero avuto un ruolo marginale. E dunque: se fossimo a Parigi li chiamerebbero casseurs: gruppi di “sciolti”, maranza, per usare un termine in voga. Sono loro che si staccano dal corteo e puntano la Centrale. «Ai treni, ai treni!». Prima provano a raggiungere la stazione dalla fermata della metropolitana: la polizia li respinge sulle scale. I pro Gaza riemergono, e trovano i cancelli di ferro intorno alla stazione aperti. Verranno chiusi, ma sfondarli è un attimo. Gli agenti provano a fermare i casseurs sotto la galleria che conduce agli ingressi. Lì parte la violenza di massa: pali di ferro, tondini, transenne, cestini vengono usati per distruggere vetrine e porte d’accesso. Tre estintori aperti e la Galleria esterna della Centrale diventa un’enorme pozza.

Si vedono bandiere palestinesi, un paio di Potere al Popolo; tanti cappucci calati in testa e tanti vestiti di nero per rendere più complicata l’identificazione video. Nella seconda stazione più grande d’Italia è il caos: le cariche della polizia, colta di sorpresa da questa onda d’urto, sono una reazione, i treni deviati o cancellati sono la conseguenza, l’impossibilità di chiamare rinforzi da fuori città e la stanchezza di ore di corteo sotto l’acquazzone determina la sproporzione di forze. Sono i binari che i manifestanti vogliono prendere. Per paralizzare il traffico ferroviario. Quando la polizia riesce a cacciarli fuori dalla Centrale e a spingerli di nuovo verso via Vittor Pisani, ricominciano nuovi scontri. E di nuovo, la risposta con la pioggia di gas lacrimogeni — sparati anche nelle vie laterali, uno finisce su un terrazzino e innesca un principio di incendio — è una conseguenza a inseguire la prima mossa. La gente è affacciata alle finestre degli uffici, i blindati indietreggiano per “contenere” e lasciare che la folla si sgonfi. I danni ormai sono fatti. I casseurs mollano la presa. Ma hanno preso quel che volevano.

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