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L’ultima notte dei veterani Usa sulla Flotilla: “Basta complicità nel genocidio, ditelo a Trump”

Gregory Stocker a bordo di una nave della Flotilla 

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Ex marines, soldati dei reparti d’élite, un pilota dell’aeronautica che ha buttato la divisa. Erano parte dell’equipaggio della Ohwayla, la barca della delegazione statunitense. “Quando abbiamo smesso di farci fare il lavaggio del cervello, abbiamo lasciato l’esercito. Cerchiamo solo di portare aiuti a una popolazione ridotta intenzionalmente in carestia”
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E chi mai avrebbe pensato che per uno strano scherzo del destino a guidare per la Global Sumud Flotilla sarebbe stata una nave con a bordo per lo più veterani dell’esercito statunitense, incluso gente che per anni è stata nei reparti speciali. E invece è successo, almeno per un paio d’ore la Owayla è stata l’ammiraglia della Flotilla, sempre. Poi anche loro sono finiti in mano agli incursori dell’esercito israeliano.

Gli statunitensi e la squadra dei veterani

“Ok ragazzi, questo è l’ultimo messaggio che mandiamo da qui. Lì potete vedere quella che sarà nave prigione, o come abbiano deciso di chiamarla e dietro di noi invece c’è una fregata, quella che sta coordinando l’operazione. Noi probabilmente siamo i prossimi sulla lista”, ha raccontato in diretta questa notte Greg Stocker, fino a non troppi anni fa ranger dell’esercito statunitense. E non era certo l’unico ad aver vestito la divisa sulla nave messa in piedi dalla delegazione statunitense, che fra i suoi ospitava anche giornalis…

E chi mai avrebbe pensato che per uno strano scherzo del destino a guidare per la Global Sumud Flotilla sarebbe stata una nave con a bordo per lo più veterani dell’esercito statunitense, incluso gente che per anni è stata nei reparti speciali. E invece è successo, almeno per un paio d’ore la Owayla è stata l’ammiraglia della Flotilla, sempre. Poi anche loro sono finiti in mano agli incursori dell’esercito israeliano.

Gli statunitensi e la squadra dei veterani

“Ok ragazzi, questo è l’ultimo messaggio che mandiamo da qui. Lì potete vedere quella che sarà nave prigione, o come abbiano deciso di chiamarla e dietro di noi invece c’è una fregata, quella che sta coordinando l’operazione. Noi probabilmente siamo i prossimi sulla lista”, ha raccontato in diretta questa notte Greg Stocker, fino a non troppi anni fa ranger dell’esercito statunitense. E non era certo l’unico ad aver vestito la divisa sulla nave messa in piedi dalla delegazione statunitense, che fra i suoi ospitava anche giornalisti, artisti, il co-coordinatore generale di Progressive International, David Adler.

Sulla Owayla c’erano Jessica Clotfelter, dell’Illinois, un tempo fra i Marines responsabili della sicurezza degli elicotteri che trasportano il presidente e il vicepresidente degli Stati Uniti, Zuleyka Rivera, un tempo anche lei fra i Marines, New York; McCall Nichols, sergente dell’Esercito, dalla California; Edward Doogan, dell’Aeronautica, originario della, Pennsylvania; Zue Jernstedt, anche lei ex Marine, West Virginia; Philip Tothenam, ex Marine anche lui.

E sull’intercettazione si improvvisa un brano

“Quando abbiamo smesso di farci fare il lavaggio del cervello, abbiamo mollato”, ha raccontato nei giorni scorsi, Stocker. Pesantissimo accento texano, un tempo nei reparti d’élite dell’esercito, oggi è membro dell’associazione pacifista di ex soldati About Face, altri aderiscono a Veterans for peace. Tutti detestano cordialmente (anzi, forse non proprio cordialmente guardando alcuni reel discretamente sboccati) il presidente Donald Trump e la sua amministrazione, ma non sono per nulla teneri neanche con i democratici. Troppo morbidi, troppo simili.

“La storia dimostra che quando la popolazione civile reagisce, gli Stati reagiscono con il piombo. E questo è quello a cui stiamo assistendo”, spiegava Greg Stocker ieri notte fra una sigaretta e una canzone improvvisata alla chitarra di un altro dei membri dell’equipaggio che in musica raccontava “tutti quanti siamo qui sul ponte, ehy, ma loro sono fottutamente vicini”. Un modo per esorcizzare la paura.

"Io con la mia paura ci parlo, ci faccio amicizia”

Ma c’era, eccome se c’era. Jessica Clotfelter non ha avuto alcun problema ad ammetterlo. E non è certo una che non abbia vissuto situazioni di rischio. Faceva parte della sicurezza dello Squadrone Elicotteri dei Marines Uno, responsabili del trasporto del presidente e del vicepresidente degli Stati Uniti. Oggi ha una libreria antifascista ed è una militante riconosciuta. "La paura c'è – diceva - ma se le parlo, capisco perché è lì, a cercare di tenerci al sicuro, e cerco di fare amicizia con lei, ma è qualcosa per cui ci siamo addestrati e che pratichiamo nelle nostre esercitazioni dell'ultimo mese”. Nulla che abbia a che fare con l’esperienza in divisa, per settimane prima dell’imbarco e poi per più di quattro settimane a bordo tutti gli equipaggi si sono allenati alla resistenza non violenta, a prepararsi in fretta in caso di abbordaggio improvviso, mettendo su il giubbotto salvagente e prendendo con sé le cose imprescindibili: passaporto, eventuali terapie, numeri e contatti dei legali.

“Sono un caddy, vi insegno io come si fa con il vento”

Tecniche e procedure provate e riprovate. In più, a bordo c’era chi aiutava a stemperare la tensione. “Avete visto quella luce lì, è perfetta per i selfie”, sghignazzava Tommy Marcus mentre una motovedetta avanzava verso di loro con un faro accecante sparato addosso all’equipaggio sul ponte. Subito dopo, sono arrivati i primi getti del cannone ad acqua. O meglio, sarebbero arrivati se il vento non si fosse messo di mezzo. “Ehi, sono un ex caddy di golf, con il vento questa cosa qui non funziona. Se volete e lo insegno io come funziona”, ironizzava ieri in camera Marcus, mentre gli altri urlavano “la natura è con noi”. E giù sberleffi.

"Dite a Trump di smetterla di essere complice di genocidio”

La notte è stata lunga, una dopo l’altra, le barche attorno all’Ohwayla sono state intercettate. Poco prima dell’alba è arrivato il loro turno: “Arrivano, stanno urlando cose in ebraico. Ehi, siamo una missione pacifica e pacifista, siamo in acque internazionali”. La connessione internet è stata interrotta, alla radio delle poche barche ancora libere è arrivata una comunicazione: “Siamo stati intercettati”. Dei membri dell’equipaggio oggi circolano solo i video registrati prima della partenza. Ripetono tutti lo stesso messaggio: “Se lo stai vedendo, significa che sono stato illecitamente sequestrato in acque internazionali e portato in Israele contro la mia volontà. Dite al mio governo di smettere di essere complice di Israele e di riportare me e gli altri veterani a casa. Fermiamo il genocidio”.

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