Giovani, famiglie, lavoratori alla manifestazione per Gaza: “Abbiamo aspettato troppo”
di Viola GiannoliUn momento della manifestazione per Gaza a Roma
ROMA – «Sembravamo tutti addormentati, soli, dispersi. Ci siamo svegliati per qualcosa, qualcosa di umano. Ed è bellissimo. Non vogliamo dormire più». Gianni De Santis fa il professore, è romano, vota a sinistra, dietro gli occhiali da sole dice: «Io sono un vecchiotto ormai, sono commosso da tutti questi giovani che pensavamo rinchiusi nel loro mondo digitale, piegati sui cellulari e invece li stanno usando per stare qui, per informarsi, per mobilitarsi, per partecipare».
Come un incantesimo che si è spezzato, una sveglia che è suonata, come un torpore spazzato via d’improvviso dopo anni di sit-in «in quattro gatti, tutte teste grigie». Così il milione di manifestanti di Roma narra la sua piazza, si guarda allo specchio e si racconta.
«Eravamo pochi, …
ROMA – «Sembravamo tutti addormentati, soli, dispersi. Ci siamo svegliati per qualcosa, qualcosa di umano. Ed è bellissimo. Non vogliamo dormire più». Gianni De Santis fa il professore, è romano, vota a sinistra, dietro gli occhiali da sole dice: «Io sono un vecchiotto ormai, sono commosso da tutti questi giovani che pensavamo rinchiusi nel loro mondo digitale, piegati sui cellulari e invece li stanno usando per stare qui, per informarsi, per mobilitarsi, per partecipare».
Come un incantesimo che si è spezzato, una sveglia che è suonata, come un torpore spazzato via d’improvviso dopo anni di sit-in «in quattro gatti, tutte teste grigie». Così il milione di manifestanti di Roma narra la sua piazza, si guarda allo specchio e si racconta.
«Eravamo pochi, tutti vecchi. La Flotilla ha aperto un vaso, è stato un incanalatore di energia che si è propagato tra i nostri figli, i nostri nipoti. È un’esplosione arrivata anche troppo tardi. Abbiamo aspettato decine di migliaia di morti, siamo rimasi irretiti. E ora è normale che qui confluisca anche un malcontento sociale. Ma questo nuovo umanesimo deve farsi politico. Speriamo che i giovani di oggi non facciano la fine della generazione di Genova, spazzata via da una repressione feroce», spiega Cristina, avvolta nella bandiera palestinese, che lavora nelle istituzioni e per questo non vuole dire il suo cognome.
Paola Rota arriva da Bergamo, «di quelli oggi in piazza non avevo mai visto nessuno prima». Sergio Fabbri da Bologna: «Prima c’eravamo solo noi del Pci e dintorni, ora i ragazzi ci scaldano il cuore».
Eccoli, i ragazzi: «Non siamo quattro scappati di casa, siamo cittadini comuni, responsabili, quando diciamo “Resistenza pure qua” è perché i palestinesi ci stanno insegnando questo», dice Marco Conti, 24 anni, di Roma. Poi c’è Elisa Filippi, 17 anni, di un liceo di Padova: «Restare a tacere per noi è inconcepibile fin quando la Palestina non sarà libera. Voglio che nelle scuole si parli di pace, di giustizia sociale, perché i luoghi del sapere devono essere spazi democratici e di consapevolezza».
Sono tante, tantissime le donne, di ogni età. Maria, nello spezzone di “Non una di meno”: «Una cosa fantastica, una marea, un’agitazione permanente, uno sciopero politico, le parole transfemministe hanno tracimato».
Sventolano le bandiere dei sindacati, le magliette dei portuali, i camici degli infermieri come Massimiliano Ciani, pensa «ai suoi figli, mai vorrei che vivessero quello che vivono i bimbi di Gaza», parla di «giustizia sociale», se la prende con Meloni «che fa propaganda contro le piazze e gli scioperi».
Arianna Martini è fiorentina, ha un negozio e spiega: «C’è un’intera economia di guerra da contestare, soldi che investiamo nello sforzo bellico mentre la sanità rallenta, la scuola fa fatica, il lavoro arranca». Ha un cartello che recita “la Palestina ci sta salvando mentre noi cerchiamo di salvarla”: «Sì perché ci ha dato una scossa».
Ora questa «marea umana» naviga a terra, unita, tendente a sinistra, ma in gran parte non rappresentata, o almeno così si sente. « È vergognoso che il nostro governo ancora non si sia schierato, ma qui non c’entra la politica, destra, sinistra, c’entra l’umanità», spiega Simona, lavoratrice in teatro, una rosa in una mano e il volto di Netanyahu nell’altra con la scritta “ricercato”. Elisa Esposito, kefiah in testa è arrivata da Napoli con un pullman: «Sono qui con mio zio, lui è di destra ma è diventato pro Pal». Tra gli universitari si alza un coro antico: «Non ci rappresenta nessuno».
«A qualcuno toccherà — dice Sonia Alviti, educatrice comunale — Qui c’è un’energia, una forza, una partecipazione, un impegno, una serietà che non si vedeva da tanto tempo e che, con la Palestina al centro, nei discorsi e nel cuore, incrocia tante sensibilità e tante lotte. Speriamo di essere una spinta, un cambiamento, un mondo nuovo. Speriamo di non addormentarci più».