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La nuova flotilla vicina a Gaza con 90 medici: “Portiamo un ospedale galleggiante pieno di farmaci”

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La chiamano “la seconda ondata”. In navigazione nove imbarcazioni, fra cui la Conscience, ex traghetto con 120 persone. L’obiettivo: rompere l’assedio, portare aiuti ma anche professionalità: a bordo anche infermieri, soccorritori, giornalisti
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“A Gaza bombardano gli ospedali e noi ne portiamo uno che galleggia. Qui abbiamo una tonnellata di farmaci”. Dal ponte della Conscience, l’ammiraglia della nuova flotilla che avanza verso Gaza, il portavoce per l’Italia Vincenzo Fullone descrive così la missione che nel giro di un paio di giorni potrebbe arrivare in zona di rischio, lì dove nella notte fra giovedì e venerdì la Global Sumud è stata bloccata dall’Idf mentre si trovava in acque internazionali su cui Israele non ha alcuna competenza e obbligata a deviare verso Ashdod.

In navigazione ci sono nove barche partite da Catania e da Otranto, le due italiane, la Al Awda e la Ghassan Kanafani, le più piccole della spedizione, sono state obbligate a fermarsi dopo i danni causati da un’improvvisa bufera che le ha investite. Ma le altre continuano e sono determinate ad arrivare.

“La nostra paura – spiega Fullone – non è di subire un atto di pirateria (e tale sarebbe ci intercettassero in acque internazionali) o di essere arrestati, i…

“A Gaza bombardano gli ospedali e noi ne portiamo uno che galleggia. Qui abbiamo una tonnellata di farmaci”. Dal ponte della Conscience, l’ammiraglia della nuova flotilla che avanza verso Gaza, il portavoce per l’Italia Vincenzo Fullone descrive così la missione che nel giro di un paio di giorni potrebbe arrivare in zona di rischio, lì dove nella notte fra giovedì e venerdì la Global Sumud è stata bloccata dall’Idf mentre si trovava in acque internazionali su cui Israele non ha alcuna competenza e obbligata a deviare verso Ashdod.

In navigazione ci sono nove barche partite da Catania e da Otranto, le due italiane, la Al Awda e la Ghassan Kanafani, le più piccole della spedizione, sono state obbligate a fermarsi dopo i danni causati da un’improvvisa bufera che le ha investite. Ma le altre continuano e sono determinate ad arrivare.

“La nostra paura – spiega Fullone – non è di subire un atto di pirateria (e tale sarebbe ci intercettassero in acque internazionali) o di essere arrestati, interrogati, detenuti. Sappiamo cosa è successo agli equipaggi della Freedom, alcuni di noi, hanno già vissuto questa esperienza perché hanno lavorato o vissuto nella Striscia, me compreso. Ma il timore principale è non arrivare a Gaza”. Perché nella Striscia c’è bisogno, dalla Striscia lo chiedono.

E allora si naviga coscienti dei rischi. In testa c’è la Conscience della Freedom Flotilla Coalition, ex traghetto trasformato in nave ospedale, con 120 persone a bordo più una novantina di medici da tutto il mondo. Anche lei ha una storia: a maggio si stava dirigendo verso Gaza quando un ordigno sganciato da un drone al largo di Malta ha letteralmente bucato il ponte, impedendo di proseguire la navigazione. Ha passato mesi in cantiere, è stata rimessa in mare e adesso guida la flotta. Dietro, otto barche della “ThousandMadleens” che anche con le vele raccontano la Palestina, la sua storia, la sua cultura.

In tutto, a far rotta su Gaza sono circa duecento persone con un obiettivo: rompere l’assedio, portare aiuti non solo in termini di beni, ma anche di braccia, professionalità: medici, infermieri, soccorritori, giornalisti.

“Da Gaza i medici ci chiedono disperatamente un cambio – racconta Fullone - È da due anni che non si fermano, uno di loro ieri mi ha detto: non riesco a prendere un giorno e devo ancora seppellire la mia famiglia”. Anche i giornalisti chiedono aiuto. Sono target, sono soli, ma non si possono fermare perché sono gli occhi del mondo nella Striscia, in cui Israele limitava l’accesso dei giornalisti prima dell’inizio dell’offensiva e adesso ha chiuso al mondo e ai media.

Gli italiani a bordo sono sei. Oltre a Fullone ci sono due medici, Riccardo e Francesco, un infermiere, Stefano, Elisabeth pedagogista esperta in recupero dal trauma, Claudio, che è monaco buddhista. Sono partiti tutti con il proposito di mettere materialmente professionalità e braccia a disposizione del popolo palestinese di Gaza, o semplicemente di dare supporto. “E non ci fermeremo, andremo fino in fondo”.

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