L’annuncio è arrivato con tanto di nota ufficiale del procuratore di Tripoli Al Siddiq al Sour, pubblicata persino sui social. Osama Njeem Almasri, il comandante libico che la Corte penale internazionale avrebbe voluto in manette e Roma ha rimpatriato (al prezzo di guai giudiziari a casa e all’Aia) è stato arrestato in Libia. «Ha ucciso un detenuto e ne ha torturati dieci nel carcere di Mitiga», l’accusa.
La notizia attraversa rapida il Mediterraneo, in Italia subito infiamma le opposizioni, ancora sul piede di guerra per il no all’autorizzazione a procedere che ha fatto arenare l’inchiesta per la mancata consegna di Almasri, contro il sottosegretario Mantovano e i ministri Nordio e Piantedosi. Per ore invece il governo tace. Solo in serata, Palazzo Chigi prova a giustificarsi. A gennaio,si fa filtrare, l’esecutivo già sapeva del procedimento in corso in Libia, aveva ricevuto una richiesta di estradizione, per questo avrebbe espulso e rimpatriato l’ex comandante su un Falcon di Stato.…
L’annuncio è arrivato con tanto di nota ufficiale del procuratore di Tripoli Al Siddiq al Sour, pubblicata persino sui social. Osama Njeem Almasri, il comandante libico che la Corte penale internazionale avrebbe voluto in manette e Roma ha rimpatriato (al prezzo di guai giudiziari a casa e all’Aia) è stato arrestato in Libia. «Ha ucciso un detenuto e ne ha torturati dieci nel carcere di Mitiga», l’accusa.
La notizia attraversa rapida il Mediterraneo, in Italia subito infiamma le opposizioni, ancora sul piede di guerra per il no all’autorizzazione a procedere che ha fatto arenare l’inchiesta per la mancata consegna di Almasri, contro il sottosegretario Mantovano e i ministri Nordio e Piantedosi. Per ore invece il governo tace. Solo in serata, Palazzo Chigi prova a giustificarsi. A gennaio,si fa filtrare, l’esecutivo già sapeva del procedimento in corso in Libia, aveva ricevuto una richiesta di estradizione, per questo avrebbe espulso e rimpatriato l’ex comandante su un Falcon di Stato. Una versione già proposta all’Aia (senza grande successo) e che rischia di essere sbugiardata qualora Tripoli decidesse di consegnare l’ex comandante della Rada e della polizia giudiziaria alla Corte.
È il nodo vero, che molto dirà sui veri rapporti di potere in Libia, ma su cui al momento non ci sono certezze. Certo, il 18 maggio scorso il premier Dbeibeh, che già qualche giorno prima aveva riconosciuto l’autorità della Cpi sulla Libia «almeno fino al 2027», ha pubblicamente scaricato Almasri annunciando di volerlo consegnare alla Corte. Ma gli equilibri in Libia sono fragili, le alleanze — dimostra anche la storia di Almasri — volatili e le promesse assai poco affidabili. Molto si capirà nelle prossime ore.
Se, come suggeriscono alcune fonti, l’ex comandante dovesse essere trasferito a Misurata (che il premier Dbeibeh non controlla e lo contesta) è possibile che Almasri sia riuscito a negoziare un salvacondotto personale, magari in cambio della fine degli scontri che da mesi infiammano la Libia. Se invece dovesse rimanere in custodia a Tripoli, forse la consegna alla Cpi potrebbe non essere ipotesi così peregrina. All’Aia nessuno si sbilancia, la Corte si è chiusa nel più stretto riserbo.
Di certo, se Almasri dovesse essere davvero consegnato, alla sbarra troverebbe anche il suo vecchio braccio destro Al Buti, fermato nei mesi scorsi in Germania, che a breve dovrebbe consegnarlo. E l’inchiesta sui crimini e le atrocità commesse in Libia, come sui rapporti nazionali e internazionali di chi li ha commessi, potrebbe finalmente partite.
L’arresto di Almasri in un certo senso non è un fulmine ciel sereno. La decisione, spiega il procuratore, arriva all’esito di una lunga inchiesta, passata anche da un confronto con la Cpi. Per comprenderne però tutti i passaggi, bisogna tenere a mente la rapida parabola discendente di Almasri, come delle sue Rada e polizia giudiziaria e di apparati affini, a partire dalla Ssa di Al Kikli, licenziato con una pallottola il 12 maggio scorso.
Dell’indagine Almasri viene a conoscenza a fine aprile, quando il suo regno inizia a scricchiolare, le sue milizie vedono restringersi il campo di intervento e lui viene interrogato, con tanto di formale notifica di un avviso di garanzia. Da lì inizia la caduta libera. Mentre cresce la tensione fra gli apparati che controlla e il governo che un tempo aveva loro delegato la gestione della sicurezza, la procura inizia l’interlocuzione con l’Aia, a cui chiede «elementi probatori atti a dimostrare i fatti perseguiti» e attribuiti ad Almasri.
A luglio, quando è ormai guerra aperta fra il premier Dbeibeh e i miliziani, si va oltre: per l’ex comandante arriva un ordine di comparizione, emesso dalla procura dopo aver «riesaminato i procedimenti pendenti dinanzi alla magistratura nazionale per valutare la sussistenza di una giurisdizione concorrente rispetto alla Cpi». Con che esito, non è dato sapere. Di certo — e questa l’attualità — i magistrati libici hanno ritenuto fondate le accuse contro l’ormai ex comandante, che deve e andare a processo «presso le autorità competenti» — dice sibillina la nota — e rimanere in custodia.