Il rimpatrio dall’Italia e l’arresto in Libia, come si è arrivati alla cattura di Almasri
di Giuliano FoschiniNon lo ha voluto fare l’Italia, che lo aveva rimandato a casa su un aereo di Stato. Lo ha fatto la sua Libia. L’arresto del generale delle milizie Osama Almasri, a casa sua, mette ora in grande difficoltà il governo italiano, che proprio in queste ore stava cercando di ricucire il rapporto con la Corte penale internazionale, anche per evitare una sanzione particolarmente dura.
L’Italia aveva arrestato Almasri il 19 gennaio scorso e poi lo aveva rimandato a casa sulla base di un vizio procedurale che, secondo la ricostruzione della procura di Roma, fu in realtà dettato da un’esigenza politica. Il governo Meloni non voleva entrare in rotta di collisione con i libici, con i quali da tempo collaborava.
A maggio dello scorso anno, però, molto è cambiato. Il governo del premier Abdel Hamid Dbeibeh aveva di fatto scaricato le milizie guidate da Almasri, che ancora oggi controllano una parte di Tripoli, compreso l’aeroporto di Mitiga. E lo aveva fatto con un atto formale ma allo stesso tempo …
Non lo ha voluto fare l’Italia, che lo aveva rimandato a casa su un aereo di Stato. Lo ha fatto la sua Libia. L’arresto del generale delle milizie Osama Almasri, a casa sua, mette ora in grande difficoltà il governo italiano, che proprio in queste ore stava cercando di ricucire il rapporto con la Corte penale internazionale, anche per evitare una sanzione particolarmente dura.
L’Italia aveva arrestato Almasri il 19 gennaio scorso e poi lo aveva rimandato a casa sulla base di un vizio procedurale che, secondo la ricostruzione della procura di Roma, fu in realtà dettato da un’esigenza politica. Il governo Meloni non voleva entrare in rotta di collisione con i libici, con i quali da tempo collaborava.
A maggio dello scorso anno, però, molto è cambiato. Il governo del premier Abdel Hamid Dbeibeh aveva di fatto scaricato le milizie guidate da Almasri, che ancora oggi controllano una parte di Tripoli, compreso l’aeroporto di Mitiga. E lo aveva fatto con un atto formale ma allo stesso tempo altamente simbolico: accettare il mandato della Cpi proprio contro il generale rimpatriato dall’Italia.
Già allora si era capito che veniva meno una delle ragioni formali con cui Roma aveva provato a difendersi davanti alla Corte: e cioè che esistesse un mandato d’arresto libico per il generale. Mandato poi caduto con un’archiviazione. In realtà, aver assicurato l’appoggio alla Cpi significava per la Libia rendere esplicita una mancanza di copertura, andata a compimento oggi con l’arresto di Almasri. Che evidentemente non ha più quelle garanzie di sicurezza di cui godeva fino a poco tempo fa.
Le ragioni dell’arresto non coincidono con quelle contenute nel mandato della Cpi a cui l’Italia non aveva dato seguito. Sono altre, seppur ugualmente gravi: la tortura di una decina di detenuti e la morte di almeno uno di loro.
La partita è appena cominciata. Bisognerà innanzitutto capire come sia avvenuto l’arresto: se sia stato “scoperto” o se, invece, qualcuno lo abbia tradito, consegnandolo a Dbeibeh in nome di una pace da raggiungere. E soprattutto comprendere quali intenzioni abbia ora il governo libico. Secondo l’accordo firmato con la Cpi, dovrebbe infatti consegnarlo al tribunale internazionale.
E questo potrebbe diventare un serio problema per il governo Meloni: Almasri, senza più alcuna copertura, potrebbe raccontare che tipo di relazione le sue milizie hanno avuto con il nostro Paese e cosa è accaduto nei giorni precedenti e successivi al suo arresto.