ROMA – Mazzette portate come vassoi con i cannoli e sempre la sanità, la passione per i camici, bianchi come la ricotta. È tornato Salvatore Totò Cuffaro, ma se n’era mai andato? È tornato e i cinque anni in galera, i venti chili persi, le missioni in Burundi a vaccinare i bambini, sembrano passati come l’acqua sul marmo, senza lasciare una goccia. L’acqua mi vagna e ‘u ventu m’asciuca, che sarà mai un’altra inchiesta sul malaffare e gli appalti.
Il potente è tornato ed è sempre lì, più potente di prima. Stringe accordi con la Lega nazionale, il suo partito — preso in giro fuori dall’Isola — è diventato primo al Comune di Palermo, la regione è in mano sua, i leader nazionali lo schifano in pubblico ma gli chiedono sostegno sottobanco: provateci voi a risorgere così da una cella di Rebibbia, dopo aver scontato una pena definitiva per mafia.
Ma la cifra di Cuffaro, il vasa-vasa, è la dissimulazione. «Dopo un periodo intenso di impegno politico, sento il bisogno di ricaricare l’anima con…
ROMA – Mazzette portate come vassoi con i cannoli e sempre la sanità, la passione per i camici, bianchi come la ricotta. È tornato Salvatore Totò Cuffaro, ma se n’era mai andato? È tornato e i cinque anni in galera, i venti chili persi, le missioni in Burundi a vaccinare i bambini, sembrano passati come l’acqua sul marmo, senza lasciare una goccia. L’acqua mi vagna e ‘u ventu m’asciuca, che sarà mai un’altra inchiesta sul malaffare e gli appalti.
Il potente è tornato ed è sempre lì, più potente di prima. Stringe accordi con la Lega nazionale, il suo partito — preso in giro fuori dall’Isola — è diventato primo al Comune di Palermo, la regione è in mano sua, i leader nazionali lo schifano in pubblico ma gli chiedono sostegno sottobanco: provateci voi a risorgere così da una cella di Rebibbia, dopo aver scontato una pena definitiva per mafia.
Ma la cifra di Cuffaro, il vasa-vasa, è la dissimulazione. «Dopo un periodo intenso di impegno politico, sento il bisogno di ricaricare l’anima con l’energia pura che solo il Burundi può darmi». Va in Africa ma intanto comanda a Palermo, porta i farmaci nei villaggi ma decide anche i primari a Villa Sofia. Non gli sentirete mai dire mezza parola sulla mafia, se non che «fa schifo», ma quale capolavoro di nicodemismo è l’aver invitato duemila (duemila!) persone al rinfresco per il matrimonio del figlio proprio il giorno in cui la politica in Sicilia commemora la strage di via D’Amelio? E quale perfida raffinatezza è accertarsi che alla festa a San Michele di Ganzaria, tra brindisi agli sposi e vasa-vasa a tutti, partecipi anche Gaetano Galvagno, presidente dell’Assemblea regionale siciliana, il ras del partito della Meloni, che proprio a Borsellino ha dedicato il suo impegno in politica. Sono arabeschi e simbolismi degni dell’eremo di Zafer, quello di Todo modo. Chiarissimi a chi vuol capire, innocenti per chi vuole coprirsi gli occhi.
Se vuoi nascondere qualcosa mettilo in piena vista, suggeriva Edgar Allan Poe. La Festa dell’amicizia della sua Nuova Democrazia cristiana è il capolavoro del cuffarismo. Al dibattito dove si discetta di «etica pubblica» partecipa il fondatore della società al centro dello scandalo corruttivo che investe l’Azienda sanitaria provinciale. Come invitare la volpe a parlare della sicurezza dei pollai. Sul palco principale salgono lo stesso Cuffaro (5 anni scontati per favoreggiamento alla mafia), Roberto Formigoni (5 anni per corruzione), Giuseppe Scopelliti (4 anni e 7 mesi per falso in atto pubblico): non è un cartellone, è un casellario giudiziario e un manifesto programmatico. Siamo questi qua e non ce ne vergogniamo.
Cuffaro è così, potere vero e mascheramento. Sembra uno scherzo della politica, ancora lo sbertucciano per la mania di baciare tutti due volte sulle guance, lo sfottono per quel «I have a drink» che storpia in maniera incredibile la frase più celebre di Martin Luther King. Tutti ridono, e intanto Totò fa affari e tesse le sue trame, piazza i suoi uomini nei consorzi di bonifica e nelle cliniche. Sempre con quel pallino, la sanità, lui che medico lo era davvero (prima che lo radiassero), ma medico da assessorato e non da corsia. E l’ossessione di difendere un presunto onore siciliano da chi vuole sporcare l’Isola parlando mafia.
Comincia prestissimo e si fa notare alla trasmissione di Michele Santoro e Maurizio Costanzo dedicata a Libero Grassi, l’imprenditore ucciso dalle cosche, perché inizia a urlare contro il «giornalismo mafioso» che infangherebbe il buon nome della Sicilia in nome dell’antimafia. Viene condannato per aver fatto rivelazioni sulle indagini in corso a Michele Aiello, ritenuto il prestanome del boss Bernardo Provenzano. Ma quando Provenzano viene catturato e gli investigatori si buttano sull’altro grande latitante, Matteo Messina Denaro, Totò Cuffaro pensa piuttosto al buon nome della Sicilia: «Sono preoccupato per il fatto che si tenti di costruire nell’immaginario comune un altro grande boss, come potrebbe essere Messina Denaro». Non sia mai.
Oggi Carlo Calenda, che ha di recente duellato con il leader siciliano dandogli del «parassita», si prende la sua rivincita e parla di «impunità morale». Cuffaro lo aveva invitato a «una meditata lettura dell’immaginario dialogo tra Garibaldi e Ippolito Nievo consegnatoci del genio di Leonardo Sciascia». Un altro arabesco dialettico, per dirgli, senza dirglielo, che della Sicilia e dei siciliani non aveva capito nulla, come Garibaldi. «Questo popolo ha bisogno di essere conosciuto ed amato in ciò che tace, nelle parole che nutre nel cuore e non dice…». L’Ippolito Nievo immaginario, a cui Sciascia mette in bocca queste parole, aveva tuttavia in mente il coraggio silenzioso del colonnello Carini, non l’omertà di un Cuffaro che tace ai magistrati l’identità delle talpe al soldo dei mafiosi. Potere e dissimulazione.