Giorgia Meloni sceglie tre bersagli e li punta con toni forti uno dopo l’altro: Elly Schlein, Giuseppe Conte e Maurizio Landini. Il terreno di scontro è la manovra. Il palcoscenico è quello pugliese. «No a lezioni da chi prendeva i soldi dai lavoratori per darli alle banche», attacca la presidente del Consiglio nel tentativo di difendersi dai partiti di opposizione che la accusano di aver tagliato l’Irpef solo agli stipendi più alti. Poi torna a incalzare il sindacato per aver indetto lo sciopero generale venerdì 12 dicembre: «Non sia mai che la rivoluzione la facciano di martedì...».
Battuta che chiama subito la risata di questa platea amica, formata da circa duemila persone. Ma dalle parole della premier trapela anche una certa irritazione. È scottata dalla bocciatura arrivata da Istat, Bankitalia, Corte dei Conti e Upb che in audizione in Parlamento hanno parlato di misure selettive, temporanee, con effetti contenuti su salari e consumi, e di un taglio dell’Irpef che andrebbe a van…
Giorgia Meloni sceglie tre bersagli e li punta con toni forti uno dopo l’altro: Elly Schlein, Giuseppe Conte e Maurizio Landini. Il terreno di scontro è la manovra. Il palcoscenico è quello pugliese. «No a lezioni da chi prendeva i soldi dai lavoratori per darli alle banche», attacca la presidente del Consiglio nel tentativo di difendersi dai partiti di opposizione che la accusano di aver tagliato l’Irpef solo agli stipendi più alti. Poi torna a incalzare il sindacato per aver indetto lo sciopero generale venerdì 12 dicembre: «Non sia mai che la rivoluzione la facciano di martedì...».
Battuta che chiama subito la risata di questa platea amica, formata da circa duemila persone. Ma dalle parole della premier trapela anche una certa irritazione. È scottata dalla bocciatura arrivata da Istat, Bankitalia, Corte dei Conti e Upb che in audizione in Parlamento hanno parlato di misure selettive, temporanee, con effetti contenuti su salari e consumi, e di un taglio dell’Irpef che andrebbe a vantaggio dei redditi più alti.
A differenza di quanto fatto con i leader di Cgil, Pd e M5S, la premier infatti non cita mai le quattro istituzioni ma il riferimento è anche a loro: «Ci vuole coraggio a dire che è una manovra che favorisce i ricchi», sferza tra gli applausi della platea e le bandiere di partito.
Meloni, con gli altri tre leader del centrodestra, parla dal teatro Team di Bari per il rush finale in vista del voto regionale del 23 e 24 novembre a sostegno del candidato Luigi Lobuono. «Non ci sono risultati già scritti in partenza»: la leader di Fratelli d’Italia infonde ottimismo ma, da queste parti, in pochi ci credono, consapevoli che il favorito è Antonio Decaro, ex sindaco della città che sta ospitando il comizio.
Non a caso, poca Puglia ma tanti temi nazionali. E se la premier si concentra soprattutto sulla manovra, il ministro dei Trasporti, ex titolare dell’Interno con il sogno nel cassetto di tornare al Viminale, punta il dito contro i migranti. Un refrain da comizio. Annuncia che sta lavorando a un decreto ad hoc sulla sicurezza, nonostante ne sia stato approvato uno qualche mese fa, e rispolvera gli slogan di un tempo: «Fuori dalle palle chi non rispetta la nostra cultura, i nostri simboli, la nostra religione e costituzione». Se la prende con l’Europa che «sta permettendo a troppi immigrati, soprattutto islamici, di entrare nel nostro Paese». Quindi ecco la proposta del leader leghista: «Il termine remigration, per blindare le frontiere e riaccompagnare coloro che commettono reati, può e deve essere oggetto di discussione anche in Italia».
Con la Puglia solo sullo sfondo negli interventi dei leader, basti pensare che Salvini si spinge a promettere «posti di lavoro ai ragazzi pugliesi se sarà costruito il Ponte sullo Stretto», fa incursione anche il referendum. «La sinistra, ai margini per la sua supponenza - dice Meloni - non deciderà la fine della legislatura» perché «solo gli italiani possono mandarmi a casa».
Ancora manovra perché sono tante le critiche piovute addosso al governo nei giorni in cui la campagna elettorale delle regionali si fa sempre più intensa. «È stata definita “manovrina” dall’opposizione, a cui ricordo che avremmo potuto fare una “manovrona” - sottolinea Meloni - se non avessimo a bilancio 40 miliardi di euro di crediti del superbonus da ripagare grazie ai geniali provvedimenti di Giuseppe Conte, che ha usato i soldi degli italiani per pagare la ristrutturazione di gente che poteva permettersela lo stesso».
E il vicepremier azzurro Antonio Tajani garantisce che non ci saranno nuove «tasse sulla casa. La casa è un bene primario. È la nostra identità. Per questo non vogliamo che sia tassata». Replicando a chi a sinistra ha parlato di tassazione europea sui grandi patrimoni, anche il leader di Noi moderati, Maurizio Lupi, ricorda «a Landini che mai il centrodestra metterà le mani nelle tasche degli italiani».
A Bari però, tra un comizio e l’altro, nel centrodestra si apre una crepa proprio sulla tanto rivendicata manovra. Salvini non esclude la rottamazione delle cartelle esattoriali anche a quanti hanno accertamenti in corso e pensa a ritocchi sulle pensioni. Così la Puglia, con i leader a Bari, resta ai margini. In platea non tira aria di vittoria e ai big arrivati qui non piace mettere il proprio sigillo su un risultato che rischia di non premiare.