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Spataro: “Da Nordio citazione inaccettabile, quello di Gelli era un progetto eversivo”

Armando Spataro.

 

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“Viene richiamata una idea di dominio del Paese che favoriva non i diritti dei cittadini ma gli interessi politici ed economici di pochi”
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Armando Spataro, procuratore in pensione, giurista, un pezzo della storia della magistratura di questo Paese. Ha sentito il ministro Carlo Nordio? Dice che, in fondo, Gelli sulla separazione aveva ragione.

«Sono senza parole. Il ministro Nordio ricerca spesso il consenso attraverso battute che ritiene brillanti, ma è evidente che certe uscite diventano insopportabili quando vengono da chi ha responsabilità di governo. Io non mi sono mai occupato di P2, ma è pacificamente accertato che quel piano era un progetto di dominio del Paese, che favoriva non i diritti dei cittadini ma gli interessi di pochi, sul piano economico e politico. Per questo trovo inaccettabile l’idea di poter citare Gelli come se fosse un argomento neutro. È una banalizzazione della storia. Richiamare la P2 non è un pretesto: non si può non ricordare che c’è stato un disegno eversivo».

Armando Spataro, procuratore in pensione, giurista, un pezzo della storia della magistratura di questo Paese. Ha sentito il ministro Carlo Nordio? Dice che, in fondo, Gelli sulla separazione aveva ragione.

«Sono senza parole. Il ministro Nordio ricerca spesso il consenso attraverso battute che ritiene brillanti, ma è evidente che certe uscite diventano insopportabili quando vengono da chi ha responsabilità di governo. Io non mi sono mai occupato di P2, ma è pacificamente accertato che quel piano era un progetto di dominio del Paese, che favoriva non i diritti dei cittadini ma gli interessi di pochi, sul piano economico e politico. Per questo trovo inaccettabile l’idea di poter citare Gelli come se fosse un argomento neutro. È una banalizzazione della storia. Richiamare la P2 non è un pretesto: non si può non ricordare che c’è stato un disegno eversivo».

Non sembra però sorpreso da questa uscita del ministro.

«È l’ennesima, incomprensibile uscita di questo genere. Qui sono in ballo equilibri delicati. Si cerca di tutelare, come ha scritto Massimo Giannini su questo giornale, la “verticale del potere”, che non sopporta limiti, controlli, dissenso. La posta in gioco è questa. Ecco perché usare riferimenti come quello a Gelli per zittire le critiche credo non sia soltanto sbagliato: è pericoloso».

Lei cosa ritiene più sbagliato in questa riforma?

«Mi servirebbero tre pagine di giornale, perché penso che sia tutto sbagliato. Questa riforma, che è della magistratura e non della giustizia, si fonda su un presupposto totalmente falso. Basta guardare con gli occhi aperti il contesto internazionale per accorgersi quanto sia gratuita e priva di fondamento l’affermazione secondo cui la separazione delle carriere si impone anche in Italia poiché si tratterebbe dell’assetto ordinamentale esistente o nettamente prevalente negli ordinamenti degli altri Stati a democrazia avanzata, Stati Uniti inclusi, senza che ciò comporti dipendenza del pm dal potere esecutivo e condizionamento delle indagini. La realtà è un’altra, e lo dico da tempo: in tutti gli stati dove, ad eccezione del solo Portogallo, la carriera del pm è separata da quella del giudice, non solo il pm dipende dall’esecutivo, ma esiste un giudice istruttore indipendente. Anche in quei sistemi, quindi, si avverte la necessità di un organo investigativo totalmente indipendente dall’esecutivo. E non vale neppure l’argomento inglese, perché in Inghilterra il pm non esiste neppure: è la polizia che fa le indagini e poi chiede a un avvocato di sostenere le proprie conclusioni davanti a un giudice. Sono dati che i sostenitori della riforma evitano: si tratta di argomenti su cui rispondono con il silenzio (o con errori clamorosi), per ignoranza o per incapacità di confutare».

Lei ha parlato spesso in questi mesi anche del rischio di infrazioni internazionali.

«Il modello italiano non è un’anomalia, ma il modello verso cui tende la comunità europea. Lo dimostrano la Raccomandazione del Consiglio d’Europa del 2000, secondo cui gli Stati devono favorire la possibilità che un magistrato svolga successivamente le funzioni di pubblico ministero e quelle di giudice, e la Carta di Roma, che ribadisce principi mai smentiti e del tutto coerenti con l’unità della magistratura. A questo si aggiunge la Procura europea: la normativa impegna gli Stati europei a bandire specifici interpelli ai magistrati, prevedendo che questi ultimi possano esercitare – negli Stati di provenienza – funzioni sia giudicanti che inquirenti. Per tutte queste ragioni, la riforma è è anche incredibilmente miope: ignora i dati internazionali, contraddice gli standard europei e rischia di indebolire l’indipendenza della giurisdizione».

Il ministro Nordio ha detto che su un caso come Garlasco la giustizia dovrebbe avere il coraggio di arrendersi. È d’accordo?

«È un’affermazione inaccettabile. Una sentenza può anche essere sbagliata, e si cerca di evitare che questo accada, ma ai possibili errori c’è rimedio, per questo ci sono tre gradi di giudizio. Ma no, la democrazia – e dunque la giustizia – non può mai arrendersi davanti a nulla. E la magistratura deve andare avanti senza fermarsi in nome della sua indipendenza ed autonomia».

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