Sul Veneto tramonta l’era Zaia. Stefani arbitra il derby Lega-FdI
dal nostro inviato Francesco Bei , -Giorgia Meloni con i leader del centrodestra al Teatro Geox di Padova
PADOVA – Al Palageox, davanti alle toilette, il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, conferma il suo pronostico mentre le tribune si riempiono pian piano di militanti: «Ho fatto una scommessa, noi prendiamo il 25 e la Lega il 20». Perché, con tutto il rispetto per il Kung-fu-panda Giovanni Manildo, il coraggioso candidato del centrosinistra unito che ha accettato di immolarsi, in Veneto le percentuali che conteranno da lunedì sono soprattutto quelle del derby interno al centrodestra: FdI contro Lega. «L’obiettivo – urla Matteo Salvini dal palco sfidando la scaramanzia – qui non è vincere, è stravincere».
È crollato l’impero di Zaia e, come dopo la morte di Alessandro Magno, i generali veneti hanno i…
PADOVA – Al Palageox, davanti alle toilette, il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, conferma il suo pronostico mentre le tribune si riempiono pian piano di militanti: «Ho fatto una scommessa, noi prendiamo il 25 e la Lega il 20». Perché, con tutto il rispetto per il Kung-fu-panda Giovanni Manildo, il coraggioso candidato del centrosinistra unito che ha accettato di immolarsi, in Veneto le percentuali che conteranno da lunedì sono soprattutto quelle del derby interno al centrodestra: FdI contro Lega. «L’obiettivo – urla Matteo Salvini dal palco sfidando la scaramanzia – qui non è vincere, è stravincere».
È crollato l’impero di Zaia e, come dopo la morte di Alessandro Magno, i generali veneti hanno iniziato la loro guerra dei Diadochi per spartirsi l’eredità. A dire il vero Zaia sarebbe ancora in campo, la sua campagna elettorale a forza di meme, con il leoncino alato creato dall’intelligenza artificiale, è una delle poche che si ricorderà di queste settimane, insieme allo scontro con il generale Vannacci sul fascismo. Ma un conto è pesarsi come capolista delle Lega, altra cosa essere il Doge. Lo scettro è passato a un giovanissimo, Alberto Stefani, 33 anni, ex sindaco di Borgoricco e vicesegretario della Lega. «Uno che ha iniziato a fare politica come me, a quindici anni», lo saluta affettuosamente Giorgia Meloni. Non si trova negli archivi una sua mezza frase contro Zaia, anche se Stefani è considerato un fedelissimo di Salvini. A dire il vero non parla mai male di nessuno, in questo sembra più un democristiano che un salviniano. Nemmeno su Manildo è stato capace di affondare il colpo: «Non troverete una sola dichiarazione contro il mio avversario e intendo continuare così anche quando sarò eletto». È stato capace di barcamenarsi tra i due leader – Zaia e Salvini - senza pestare i piedi a nessuno: è un veneto identitario come Zaia, però senza quella apertura liberale ai diritti civili, piuttosto un conservatore cattolico.
Porterà voti alla Lega è chiaro, ma chissà se abbastanza da superare i Fratelli, che vedono per la prima volta possibile il sorpasso nella Serenissima. Cinque anni fa FdI prese il 9,6% contro il 16,9% della Lega e uno stellare 44,5% della lista Zaia. Ma già alle Europee dell’anno scorso la Lega era scesa al 13,1 e FdI era salita al 37,5 grazie al nome di Meloni a fare da traino. «Ho buone sensazioni sul derby nel centrodestra – confida il senatore Luca De Carlo, plenipotenziario di Meloni in Veneto, tentando di sovrastare gli Oasis sparati dalle casse del Palageox – e penso che alla fine l’effetto Zaia si farà sentire soprattutto all’interno della Lega non fuori. Per noi cambia poco se Zaia sposta il due per cento».
L’ultima carta che il governatore uscente si è giocato è la firma della pre-intesa sull’autonomia differenziata. Un modo per ricordare ai veneti, distratti dal carovita, dalla sanità che anche qui è sempre più privata, a chi dire grazie se un giorno arriverà davvero il federalismo regionale. «Mai dire mai, ce l’abbiamo fatta», si è lasciato sfuggire ieri Zaia prima di prendere la parola dal piano nobile di palazzo Balbi, la splendida sede della giunta del Veneto affacciata sul Canal Grande. E se il calabrese Mario Occhiuto se l’è presa perché il Veneto potrà far concorrenza al resto d’Italia attraendo medici dalle altre regioni, Zaia tira dritto e conferma che sarà proprio così: «Con l’autonomia potremo spendere almeno 300 milioni di residui del fondo sanitario. Soldi nostri, non presi ad altre regioni, e mi sembra giusto poterli usare per aumentare le retribuzioni e coprire così i buchi nell’organico dei medici».
In questa campagna elettorale un po’ così, dove i due candidati – Manildo e Stefani – sono super-educati ed evitano di darsele, ad accendere gli animi è stato invece lo scontro tutto interno al Carroccio tra Zaia e Vannacci. Che, in fondo, è anche uno confronto indiretto tra due idee di Lega, quella federalista zaiana e quella nazional-sovranista di Salvini, sempre più distanti e che a fatica, persino in campagna elettorale, riescono a stare insieme. Zaia fa il superiore. A chi gli chiede dell’assenza di Vannacci – che sarebbe pur sempre uno dei vicesegretari della Lega - al comizio di chiusura a Padova per Stefani, il Doge fa spallucce: «Ci sono tremila persone qui, Vannacci non è un problema. È un vice, appunto». Chi parla ancora più fuori dai denti è Roberto Marcato, assessore uscente della giunta veneta e leghista (zaiano) della prima ora, dal 1992: «Sono due anni che ho preso posizione contro Vannacci, se mi avessero ascoltato ora non sarebbe vicesegretario. Comunque anche Alberto Stefani è vicesegretario federale, a noi ce ne basta uno». Sull’altro derby, quello interno alla coalizione, Marcato ha un feeling opposto a quello del meloniano De Carlo. «Qui la Lega ha due elementi di forza rispetto a FdI - ragiona l’ex assessore - e sono il tema identitario, il Veneto autonomo, e soprattutto una classe dirigente che ha pochi uguali, da Zaia all’ultimo consigliere comunale. Stavolta sarà un voto di territorio, non come alle Europee quando l’elettore trovava Meloni sulla scheda».
Certo, dopo quindici anni di governo ininterrotto, qualche scricchiolio nel sistema di potere veneto si avverte. E le prime crepe sono arrivate dove forse meno se le aspettavano, dal sistema delle imprese, in sofferenza per le complicazioni di Industria 5.0, arrabbiate con il ministro (veneto) Adolfo Urso. Tanto che Elena Donazzan, che pure è di Fratelli d’Italia, ha dovuto ammettere: «Non ho memoria di uno scontro così diretto, quasi personale, fra industriali e governo». Chi pensa di poter raccogliere questo scontento delle imprese è il terzo incomodo della sfida nel centrodestra, Forza Italia. «Confindustria - ragiona Flavio Tosi, capolista azzurro in tutte le province - ha espresso una critica puntuale a Industria 5.0 ma ha anche iniziato a far presente che la Regione dovrebbe dialogare di più. Prima non si poteva dire perché era lesa maestà, visto che eravamo in un regime di monarchia assoluta, ma adesso...». Il dopo-Zaia è decisamente già iniziato.