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Campania, Fico vede la vittoria. La destra spera nei condoni

(ansa)

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Corsa tra polemiche e sgambetti. Meloni balla sul palco per Cirielli, i leader del centrosinistra per una volta insieme in comizio
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NAPOLI – È partito piano, Roberto Fico: un po’ per indole, di una mitezza quasi sconosciuta a queste latitudini; un po’ per l’assenza di avversari, che per mesi hanno indugiato, trasformando la maratona regionale in una corsa solitaria.

Fino a sei settimane fa. Quando, dopo molte liti e un carosello di nomi spifferati per bruciarli, il centrodestra non riesce finalmente a partorire il candidato: Edmondo Cirielli, “fratello” di provata fede, imposto dalla premier agli alleati. È in quel momento che la musica cambia. Il “compagno” a cinque stelle ingrana la marcia. E in surplace si avvicina al traguardo, a dispetto della propaganda nemica sulla possibile rimonta. Illusoria come la Campania: cinque province al voto, ma una sola a fare il bottino grosso, …

NAPOLI – È partito piano, Roberto Fico: un po’ per indole, di una mitezza quasi sconosciuta a queste latitudini; un po’ per l’assenza di avversari, che per mesi hanno indugiato, trasformando la maratona regionale in una corsa solitaria.

Fino a sei settimane fa. Quando, dopo molte liti e un carosello di nomi spifferati per bruciarli, il centrodestra non riesce finalmente a partorire il candidato: Edmondo Cirielli, “fratello” di provata fede, imposto dalla premier agli alleati. È in quel momento che la musica cambia. Il “compagno” a cinque stelle ingrana la marcia. E in surplace si avvicina al traguardo, a dispetto della propaganda nemica sulla possibile rimonta. Illusoria come la Campania: cinque province al voto, ma una sola a fare il bottino grosso, l’area metropolitana di Napoli, dove si eleggono 27 consiglieri su 50 e «proprio non c’è gara» sorride il deputato pd Marco Sarracino, insieme al sindaco Gaetano Manfredi vero motore della campagna.

E allora eccola la trama di questa commedia elettorale per accaparrarsi l’eredità di Don Vincenzo, ‘o viceré di Salerno che di cognome fa De Luca e mai avrebbe voluto abdicare: né in favore di un ex ufficiale dei carabinieri, né di un grillino della prima ora. In lotta per la conquista di un regno in realtà conteso da due dame: la capa del governo e la leader dell’opposizione, che nella sfida si giocano l’onore, e forse qualcosa in più. Una schierata all’attacco, «possiamo vincere anche qui» continua a ripetere Giorgia Meloni, convinta che la partita del viceministro agli Esteri non sia persa come tutti credono: basta calare l’artiglieria pesante — ministri, sottosegretari, l’intero stato maggiore del partito, sbarcati in massa sul terreno di battaglia — e l’arma finale del condono. L’altra invece attestata a difesa della linea vesuviana, che mai come stavolta per Elly Schlein vale doppio: se i progressisti tengono la trincea significa che il campo largo non è solo un teorema geometrico, può funzionare a livello nazionale, e la sua leadership ne uscirà rafforzata.

Sempre che, in ossequio alla migliore tradizione, non spunti infine il terzo incomodo: quel Giuseppe Conte che Fico lo ha preteso a tutti i costi e, pur di blindarlo, s’è alleato con Renzi e addirittura Mastella, coltivando la recondita ambizione di arrivarci lui a Palazzo Chigi. Ormai certo d’esser diventato l’unico depositario dei destini della coalizione: se c’è il M5S, il centrosinistra vive (e vince); se non c’è, muore. Alla faccia delle due competitor, impegnate a marcarsi a vicenda come se l’avvocato — che tra il Sannio e l’Irpinia ci ha piantato le tende — non esistesse. Pronte a misurarsi persino sul tasso di riempimento del medesimo teatro: è al PalaPartenope che la segretaria del Pd ha chiuso il congresso dei giovani, cantando Bella Ciao, ed è da lì che la presidente del Consiglio ha risposto, ballando in coro “chi non salta comunista è, è...”. Colonna sonora a note invertite delle elezioni campane: test locale in grado di varcare i confini spazio-temporali per puntare dritto a Roma 2027.

Se in Veneto e in Puglia l’esito è difatti scontato — uno a uno e palla al centro — lunedì a fare la differenza sarà questo risultato. Niente affatto scontato, per il centrodestra. «Siamo testa a testa», contesta i pronostici (tutti negativi) l’aspirante governatore meloniano: «I sondaggi? Prevale sempre chi li paga», fa gli scongiuri. Senza però scalfire l’imperturbabile sfidante: «I numeri non mi appassionano, preferisco incontrare le persone» conferma Fico per scaramanzia. Tanto a tradirsi ci pensa l’avversario: autore l’altro ieri, durante l’ultimo confronto tv, di un appello quasi disperato al voto disgiunto.

La prova di quanto confidi nella rimonta, per lo più affidata ai colleghi di governo. Sono venuti tutti a sostenerlo: Salvini, Tajani, Crosetto, Urso, Bernini. Testimonial volontari, ma non sempre all’altezza. Martedì, per dire, Cirielli va in visita al carcere di Secondigliano scortato dal ministro Nordio. Mal gliene incolse: uscendo il Guardasigilli si lancia nell’elogio di Licio Gelli, benemerito precursore della separazione delle carriere, e lui gela. Lo ha capito pure Meloni che tira una brutta aria: doveva tornare a Napoli domani, per il rush finale, ha preferito dare forfait all’ultimo. Tutti delusi perché nemmeno il dossieraggio contro l’ex presidente della Camera ha sortito l’effetto desiderato: scandagliando redditi e catasto, si era scoperto che Fico, manifesto vivente dell’uno vale uno, non solo possiede una barca come un Briatore qualsiasi, l’ha anche ormeggiata senza averne titolo in un’area militare a Nisida. Scandalo. Titoloni. Aperture di tg. Dura 48 ore: i documenti subito esibiti dimostrano che non di un panfilo si tratta, bensì di un gozzo di terza mano, parcheggiato pure regolarmente. Un boomerang per i Fratelli. Che tuttavia non demordono. E nottetempo infilano in manovra la riapertura del condono, scaduto oltre vent’anni fa. Un regalo, in terra di abusivismo dilagante. Non per tutti, però. Gli onesti si indignano, obbligando il candidato a correggere il tiro: «È un atto di legalità» protesta. Spalleggiato dal ministro Piantedosi che, in sua presenza, osa un parallelo ardito: perché la sanatoria per i migranti va bene e quella per le abitazioni no?. Apriti cielo: «Paragona gli uomini alle case», è l’accusa. E un’altra bufera si abbatte sul povero Cirielli, che non sa più dove ripararsi.

Ma si sa, al peggio non c’è mai fine e anche sull’ultimo miglio si addensano nuvoloni neri. La rivalità interna al centrodestra ha ormai raggiunto il livello di guardia. Forza Italia, che ha attirato nelle sue spire molti amministratori deluchiani spaventati dal codice etico di Fico, punta al primato. A battere FdI nelle urne. Un sorpasso che la Fiamma teme come l’acqua e sta facendo di tutto per evitare. Certo, non è che dall’altra parte siano messi meglio. Pure il M5S ha nel mirino il Pd. Più che una coalizione, il campo largo in Campania somiglia a un condominio. Incapaci persino di accordarsi sugli interventi dal palco, dove nel pomeriggio i leader nazionali si ritroveranno per la prima volta insieme, al gran completo, per chiudere la campagna elettorale. Il problema è che sono undici: la coppia Fratoianni-Bonelli per Avs, Boschi per Iv, il socialista Maraio, Magi di +Europa, oltre a Schlein, Conte, Mastella… E vorrebbero parlare tutti. Roba da far perdere la pazienza persino a Giobbe. Per fortuna, fra quattro giorni si vota.

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