Il Garante della privacy voleva spiare i suoi dipendenti. «Se non fosse vero, ci sarebbe da ridere», ammetteva ieri sera, sconsolato, un dirigente dell’Autorità al termine dell’ennesimo – e forse del più incredibile – testacoda che, per usare le parole delle opposizioni, «ha tolto ogni credibilità all’Authority».
Il segretario generale Angelo Fanizza, scelto il 10 ottobre scorso dal presidente Pasquale Stanzione, si è dimesso. Magistrato in servizio al Tar del Lazio, Fanizza ha lasciato l’incarico dopo la pubblicazione di una sua lettera riservata, datata 4 novembre e indirizzata a un dirigente dell’Autorità, in cui chiedeva di acquisire i dati della corrispondenza dei dipendenti. Era in corso la caccia alla talpa che aveva girato a Report alcune comunicazioni di un membro del collegio, Agostino Ghiglia: messaggi nei quali parlava dei suoi rapporti con Arianna Meloni — incontrata prima di comminare la multa al programma — e, in precedenza, anche con Giorgia Meloni, quando però era sol…
Il Garante della privacy voleva spiare i suoi dipendenti. «Se non fosse vero, ci sarebbe da ridere», ammetteva ieri sera, sconsolato, un dirigente dell’Autorità al termine dell’ennesimo – e forse del più incredibile – testacoda che, per usare le parole delle opposizioni, «ha tolto ogni credibilità all’Authority».
Il segretario generale Angelo Fanizza, scelto il 10 ottobre scorso dal presidente Pasquale Stanzione, si è dimesso. Magistrato in servizio al Tar del Lazio, Fanizza ha lasciato l’incarico dopo la pubblicazione di una sua lettera riservata, datata 4 novembre e indirizzata a un dirigente dell’Autorità, in cui chiedeva di acquisire i dati della corrispondenza dei dipendenti. Era in corso la caccia alla talpa che aveva girato a Report alcune comunicazioni di un membro del collegio, Agostino Ghiglia: messaggi nei quali parlava dei suoi rapporti con Arianna Meloni — incontrata prima di comminare la multa al programma — e, in precedenza, anche con Giorgia Meloni, quando però era soltanto segretaria di FdI.
Nella lettera Fanizza chiede di «mettere su uno o più dvd (…) posta elettronica, accessi Vpn, accessi cartelle condivise, spazi di rete condivise, sistemi documentali, sistemi di sicurezza», aggiungendo l’indicazione di «evitare che si verifichi la sovrascrittura log su tutti i sistemi». Un testo che ai dipendenti appare come una forma di monitoraggio massivo, il tentativo di risalire alla fonte dell’inchiesta di Report, che nelle settimane precedenti aveva rivelato rapporti opachi tra alcuni membri del collegio e mondi politici e accademici. A partire dal caso dell’audio Sangiuliano–Corsini, per il quale l’Autorità aveva inflitto la sanzione monstre al programma di Sigfrido Ranucci.
A quella nota, secondo quanto ha potuto ricostruire Repubblica, il dirigente informatico risponde dopo nemmeno 24 ore. Rifiuta nettamente di consegnare qualsiasi dato e specifica che la richiesta viola la normativa e persino la giurisprudenza dello stesso Garante, che in passato ha sanzionato aziende colpevoli di aver spiato la corrispondenza dei propri dipendenti.
Il collegio dell’Autorità però non è informato subito della lettera. Fanizza si muove in autonomia. Secondo la ricostruzione fornita ieri ai lavoratori, ne viene a conoscenza soltanto il 13 novembre, durante una riunione interna. In quell’occasione — raccontano — alcuni membri fanno notare l’assoluta illegittimità della richiesta avanzata dal segretario. Qualcuno si dice «sconvolto» dall’iniziativa. Ma, incredibilmente, non accade null’altro. Nessuna denuncia, nessuna richiesta di dimissioni immediate. La spiegazione fornita ieri al personale è che il pericolo maggiore — l’effettiva consegna dei dati — era stato scongiurato dal diniego del dirigente.
Ai dipendenti, però, questa spiegazione non basta. Quando la vicenda viene finalmente illustrata nell’assemblea interna, la reazione è immediata: chiedono le dimissioni di tutto il collegio. Non basta il passo indietro di Fanizza, né sapere che è stato isolato. E sconfessato dagli stessi membri dell’Authority.
Il collegio pubblica una nota: «Siamo completamente estranei alla comunicazione», e ricorda che l’accesso del datore di lavoro ai dati dei dipendenti «può costituire violazione della privacy». La presa di distanza è netta, ma per la base non sufficiente. Perché per i lavoratori il punto non è solo che i dati non siano stati consegnati, ma che qualcuno abbia pensato di chiederli. E che il collegio, venuto a conoscenza della lettera, non abbia ritenuto necessario informarli immediatamente.
Il caso, dopo la pubblicazione della lettera di Fanizza anche sulla pagina Facebook di Report, è diventato subito e inevitabilmente materia politica. Mentre il governo tace, il Pd, con il responsabile informazione Sandro Ruotolo, parla di «un’Autorità che ha perso credibilità e autorevolezza». Elisabetta Piccolotti di Avs si chiede «cosa deve ancora succedere», mentre il M5S elenca «nelle ultime 24 ore» la mozione dei dipendenti, la richiesta di archiviazione per i giornalisti di Report sul caso Sangiuliano–Corsini e le dimissioni del segretario generale: «Il prestigio dell’istituzione è ai minimi termini».