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Telefonata tra Meloni e Donald: “Con l’Ue, ma no a contropiani”

Filippo Attili 

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La premier conclude il G20 di Johannesburg e vola in Angola. Sostegno ai 28 punti: “Andare a vedere il bluff di Putin”
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JOHANNESBURG – C’è un’esigenza politica. E poi ci sono i fatti. È l’equilibrismo obbligato di Giorgia Meloni, la mossa con cui chiude il suo G20 in Sudafrica. Politicamente, la premier loda l’impegno di Donald Trump e chiede agli europei di concentrarsi sul piano della Casa Bianca, senza avanzare pubblicamente progetti alternativi che facciano naufragare l’iniziativa del tycoon. Nella realtà, però, la leader sostiene gli emendamenti continentali. E pur trattandosi di una bozza scritta dal formato E3 (Francia, Germania e Gran Bretagna), che secondo Reuters non ha dunque coinvolto l’Italia, si dice pronta a sostenere lo sforzo migliorativo dei partner Ue. In nome di tre obiettivi: «Una pace giusta. Un’Ucraina indipendente e sovrana. Andare a vedere il bluff di Putin».

A Johannesburg si chiude un summit che proprio Trump ha disertato e retrocesso a G19. Il dossier ucraino, ufficialmente fuori dai lavori, assorbe le energie dei big presenti. Meloni ha due contatti di peso, prima di volar…

JOHANNESBURG – C’è un’esigenza politica. E poi ci sono i fatti. È l’equilibrismo obbligato di Giorgia Meloni, la mossa con cui chiude il suo G20 in Sudafrica. Politicamente, la premier loda l’impegno di Donald Trump e chiede agli europei di concentrarsi sul piano della Casa Bianca, senza avanzare pubblicamente progetti alternativi che facciano naufragare l’iniziativa del tycoon. Nella realtà, però, la leader sostiene gli emendamenti continentali. E pur trattandosi di una bozza scritta dal formato E3 (Francia, Germania e Gran Bretagna), che secondo Reuters non ha dunque coinvolto l’Italia, si dice pronta a sostenere lo sforzo migliorativo dei partner Ue. In nome di tre obiettivi: «Una pace giusta. Un’Ucraina indipendente e sovrana. Andare a vedere il bluff di Putin».

A Johannesburg si chiude un summit che proprio Trump ha disertato e retrocesso a G19. Il dossier ucraino, ufficialmente fuori dai lavori, assorbe le energie dei big presenti. Meloni ha due contatti di peso, prima di volare nella notte in Angola per un vertice tra Ue e Unione africana. Il primo è con Trump, il secondo con il turco Recep Tayyp Erdogan. La telefonata con il tycoon è significativa fin dal formato: partecipa anche il premier finlandese Alexander Stubb, che del presidente Usa è amico e compagno di golf. A Trump, la leader chiede innanzitutto una cosa: «I russi diano almeno un segnale con un cessate il fuoco temporaneo sulle infrastrutture strategiche e civili». Non è l’unico dettaglio su cui l’Italia mostra di condividere le proposte emendative del testo anglo-franco-tedesco: «Ci sono alcuni punti che devono essere oggetto di discussione. Quello sui territori, sul finanziamento della ricostruzione e sull’esercito ucraino. E ci sono anche elementi molto positivi, come le garanzie di sicurezza con il coinvolgimento degli Stati Uniti».

Cambiare il piano Trump, dunque. Ma senza irritare o sfidare la Casa Bianca. Quando le chiedono di un contro-piano europeo, Meloni frena: «Il tema non è lavorare su una totale contro-proposta. Anche per un fatto di tempo ed energia, ha più senso lavorare sulla proposta che c’è e concentrarsi sui punti dirimenti». Tradotto: la bozza europea funziona se resta un contributo ufficioso che non boicotta quella americana. E così, aggiunge, si è deciso di procedere: «È una prova di maturità per l’Europa. Siamo tutti d’accordo a fare questo lavoro».

Dovrebbe mostrare di esserlo anche la Casa Bianca, però. A metà pomeriggio, Trump attacca la presunta ingratitudine della leadership ucraina e se la prende anche con l’Europa che continua ad acquistare petrolio russo. Meloni contesta questa ricostruzione: «Gli ho spiegato che l’Italia dall’inizio della guerra ha fatto un lavoro pazzesco. Abbiamo totalmente diversificato, non dipendiamo più dalla Russia». E lo stesso, aggiunge, può dirsi per l’Ue. Come non bastasse, mette agli atti anche due stoccate contro Mosca, che Trump non condividerà: «Bisogna continuare a mettere pressione sulla Russia. Penso da tempo che Putin non abbia una reale volontà di chiudere la guerra, o di farlo in tempi brevi. Si deve andare a vedere questo bluff con una proposta seria».

C’è un punto debole, nella linea del governo. Si chiama Matteo Salvini, che continua ad attaccare l’atteggiamento europeo sul dossier ucraino. Meloni cerca di evitare scontri con l’alleato: «Siamo una coalizione, non una caserma. Il suo non è un controcanto. Salvini ieri ha detto: “L’Europa non blocchi il piano di Trump”. Se l’Ue avesse detto che è irricevibile, che continuiamo a mandare le armi e non vogliamo parlare di pace, avrei detto esattamente quello che ha detto Salvini. Ma il suo è un monito su qualcosa che però, ringraziando Dio, non si è materializzato». Quanto alle inchieste sulla corruzione a Kiev, la premier è diplomatica: «Il tema è legittimo e incide anche rispetto alla nostra opinione pubblica. È però importante che l’Ucraina abbia dimostrato di avere gli anticorpi». Salvini ha legato questi scandali anche all’invio di armi, in particolare quelle americane del programma Purl. Sul punto, però, Meloni è vaga: «Ad ora non stiamo aderendo e non abbiamo una deadline, poi vedremo».

La coda del punto stampa è dedicata al recente scontro con il Colle per le parole di Francesco Saverio Garofani. Le domandano se consideri necessarie le dimissioni del consigliere di Sergio Mattarella, la leader replica: «Ho parlato direttamente con il Presidente e ho chiarito tutta la questione. Approfitto per ribadire l’ottimo rapporto con lui. Non penso sia il caso di tornare su questa vicenda». In ogni caso, conclude, «non ero a conoscenza della nota di Galeazzo Bignami».

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