«Make Naples great again», campeggiava sul cappellino trumpiano di Gennaro Sangiuliano durante la sua campagna elettorale. Doveva essere una cavalcata trionfale: l’ex ministro della Cultura, già corrispondente Rai da Parigi, partiva con i favori del pronostico. Invece si è trasformata in una corsa tris, vinta di «corto muso». Sangiuliano è stato eletto all’ultimo respiro, con meno di diecimila voti, e soprattutto staccato di quasi cinquemila preferenze da Ira Fele, alla sua prima esperienza politica, ma moglie del coordinatore provinciale del partito. Sangiuliano almeno ce l’ha fatta.
Diverso il destino di Nichi Vendola in Puglia: una bocciatura che è insieme politica e sentimentale. Vendola paga colpe altrui e, per quel che lo riguarda, forse solo un eccesso di generosità. Ha detto sì alla candidatura per aiutare le liste del partito, che già cinque anni fa non aveva sfondato e oggi si scontra con una cervellotica legge elettorale che fissa lo sbarramento al 4 per cento non sui voti…
«Make Naples great again», campeggiava sul cappellino trumpiano di Gennaro Sangiuliano durante la sua campagna elettorale. Doveva essere una cavalcata trionfale: l’ex ministro della Cultura, già corrispondente Rai da Parigi, partiva con i favori del pronostico. Invece si è trasformata in una corsa tris, vinta di «corto muso». Sangiuliano è stato eletto all’ultimo respiro, con meno di diecimila voti, e soprattutto staccato di quasi cinquemila preferenze da Ira Fele, alla sua prima esperienza politica, ma moglie del coordinatore provinciale del partito. Sangiuliano almeno ce l’ha fatta.
Diverso il destino di Nichi Vendola in Puglia: una bocciatura che è insieme politica e sentimentale. Vendola paga colpe altrui e, per quel che lo riguarda, forse solo un eccesso di generosità. Ha detto sì alla candidatura per aiutare le liste del partito, che già cinque anni fa non aveva sfondato e oggi si scontra con una cervellotica legge elettorale che fissa lo sbarramento al 4 per cento non sui voti assoluti ma su quelli del presidente: risultato, Avs supera il 4 per cento, ma resta comunque fuori.
In mezzo, lo scontro muscolare con l’amico Antonio Decaro, che non voleva Michele Emiliano e ha messo il veto anche su di lui. È finita con Vendola candidato e molti vendoliani nelle liste di Decaro. Sul finale, l’inevitabile cortocircuito: niente seggio per nessuno.
Tornando in Campania, restano fuori dal consiglio due dei nomi più discussi di questa campagna elettorale. Maria Rosaria Boccia, che ha raccolto appena appena 160 preferenze: un risultato comunque non pessimo, considerato il disastro del candidato presidente, il sindaco di Terni Stefano Bandecchi, che in tutta la Campania si ferma a duemila voti. «Ma ci riproveremo alle politiche» dicono, se mai qualcuno si fosse preoccupato. Non è andata meglio a Daniela Di Maggio, la mamma di Giovanbattista Cutolo, «Giogiò», il musicista ucciso per niente a Napoli due estati fa: capolista della Lega, ha raccolto 964 voti, troppo pochi per essere eletta.
In Veneto, debacle anche per Marco Rizzo, il rossobruno (più bruno che rosso) che impazza sui social: si ferma all’1,09 per cento e si sfoga sui social con un post secco: «Questo sistema di voto non funziona più». Restando in Veneto e restando alla galassia digital-populista, a sorpresa entra in consiglio regionale Riccardo Szumski, medico con simpatie no vax («free vax», dice lui), eletto insieme a un suo consigliere. Troverà in aula l’ex sindaco di Verona Flavio Tosi: eletto, è vero, ma incapace di trainare Forza Italia, che si ferma a un deludentissimo 6,3 per cento. «Voglio fare l’assessore alla Sanità», ha detto.
Quello che in Puglia difficilmente potrà dire Fabiano Amati, ex assessore delle giunte Vendola ed Emiliano: un politico transumante — dal Pd al centrodestra (ha sostenuto il candidato vincente a Brindisi), poi tra Renzi e Calenda, e ora approdato in una civica di Decaro — che questa volta resta fuori nonostante un’ottima affermazione personale. Fuori anche un altro assessore regionale pugliese in carica, Gianni Stea (a lui si deve una pubblicità con una dona in bikini che fece infuriare le femministe). E non ce la fa nemmeno Maria Pina Di Giesi: mille e ottocento voti in una lista che appoggiava Decaro. «C’est la vie», canterebbe suo cugino Achille Lauro.