Sono come quelle mogli che guai a darle per scontate, prima o poi si stancano, potrebbero persino guardare altrove. È il senso dell’avvertimento lanciato in quel di Montepulciano dalle tre correnti Pd che aiutarono Elly Schlein a scalare il Nazareno, per la prima volta riunite sotto la stessa tenda per recapitare un messaggio molto chiaro alla segretaria: il sì pronunciato quasi tre anni fa non basta più, adesso bisogna camminare insieme, riprendere a discutere e a confrontarsi — come da tempo si è smesso di fare — su tutte le scelte da assumere per il bene del Paese in vista della sfida contro la destra alle politiche. Perché il Pd è una comunità plurale, non è mai stato né mai sarà un partito personale: dell’uomo o della donna sola al comando. Soltanto così può tornare utile innanzitutto a lei, che «mi sembra la soluzione naturale per guidare la coalizione progressista», la incorona pure Gaetano Manfredi, il sindaco di Napoli considerato da tanti come il papa straniero, l’unico capa…
Sono come quelle mogli che guai a darle per scontate, prima o poi si stancano, potrebbero persino guardare altrove. È il senso dell’avvertimento lanciato in quel di Montepulciano dalle tre correnti Pd che aiutarono Elly Schlein a scalare il Nazareno, per la prima volta riunite sotto la stessa tenda per recapitare un messaggio molto chiaro alla segretaria: il sì pronunciato quasi tre anni fa non basta più, adesso bisogna camminare insieme, riprendere a discutere e a confrontarsi — come da tempo si è smesso di fare — su tutte le scelte da assumere per il bene del Paese in vista della sfida contro la destra alle politiche. Perché il Pd è una comunità plurale, non è mai stato né mai sarà un partito personale: dell’uomo o della donna sola al comando. Soltanto così può tornare utile innanzitutto a lei, che «mi sembra la soluzione naturale per guidare la coalizione progressista», la incorona pure Gaetano Manfredi, il sindaco di Napoli considerato da tanti come il papa straniero, l’unico capace di far deporre le armi a Giuseppe Conte e federare tutte le anime del centrosinistra.
Sotto il telone gelido e senza connessione montato in cima alla collina senese — «Guarda che bello, sembra un vivaio, pieno di giovani dirigenti pronti a dare una mano» osserva Dario Franceschini — ci sono più di un migliaio di persone e tutti i leader che già furono ministri. Oltre all’ex responsabile della Cultura nonché signore di Areadem, anche Roberto Speranza scortato dalla flottiglia di Art.1 e Andrea Orlando alla testa dei Dems. Ai quali strada facendo si è aggiunta una schiera di “senza casa”, parlamentari che al congresso avevano votato Bonaccini, poi folgorati sulla via di Schlein: Debora Serracchiani, i lettiani Anna Ascani e Marco Meloni, Gianni Cuperlo, Dario Nardella, Antonio Nicita... Tutti d’accordo sulla necessità di allargare: solo uno sforzo collettivo può consentire al Pd di riallacciare i fili del dialogo con la società, inclusi quei mondi a cui la segreteria non riesce ad arrivare. Non a caso, fra gli invitati a intervenire, c’è l’immancabile capo della Cgil Landini, ma pure Bombardieri della Uil, Cuccello della Cisl, il presidente dell’Ordine dei medici, quelli di Acli e Arci: riuniti in una sorta di vertice con le parti sociali per far capire che il sentiero per Palazzo Chigi non è esclusiva della destra, l’alternativa già si vede, è qui. E passa sempre per colei che «dopo la sconfitta del 2022 ci ha ridato un orizzonte, con i temi giusti, allontanando da noi il rischio di diventare il partito dell’establishment», spiega Orlando.
Nessuno mette in discussione il suo ruolo guida e neppure la linea, ma la squadra che si è scelta — ristretta a pochi fedelissimi — quella sì. Perché «si può essere radicali, ma senza la forza si rischia di essere velleitari», scandisce l’ex Guardasigilli: «Noi abbiamo una leadership, ed è un asset importante. Abbiamo la coalizione. Ma abbiamo anche un partito, e lo dobbiamo utilizzare di più», protesta. L’unico strumento «in grado di cambiare i rapporti nella società». Che «non può vivere solo nelle istituzioni» come ha fatto negli anni di governo, è l’autocritica.
Una battaglia da combattere insieme. Lo ribadisce pure Marco Sarracino, deputato fra i più giovani e agguerriti: «Un grande progetto per il Paese passa anche per una grande organizzazione: il Pd o lo cambiamo ora, con un poderoso rinnovamento della classe dirigente, o non lo cambiamo più». Con Schlein alla guida: «Noi la vogliamo rafforzare, a differenza di altri sappiamo leggere lo statuto che prevede sia il segretario nazionale a guidarci nella sfida delle politiche». Non tutti sono d’accordo, però. Nemmeno sotto la tenda di Montepulciano. Dove a sera si affaccia Igor Taruffi, braccio destro della segretaria, e circola lo screenshot delle regole interne secondo cui non è automatico che sia Schlein la candidata premier: né del Pd, né della coalizione progressista. E chi intende forzare avrà pane per i suoi denti: il redde rationem previsto all’assemblea del 13 dicembre.