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Nuova missione della Flotilla a inizio 2026, ma via terra

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Una carovana di aiuti umanitari tenterà di raggiungere i valichi da dove gli aiuti passano ancora con il contagocce. L’ipotesi è raggiungere Rafah dall’Egitto
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Entro i primi tre mesi del 2026 ci sarà una nuova missione della Global Sumud Flotilla. Ma questa volta il tentativo di rompere l’assedio – annuncia il comitato - non sarà a bordo di barche più o meno grandi, ma via terra. Una carovana di aiuti umanitari tenterà di raggiungere i valichi da dove gli aiuti passano ancora con il contagocce.

L’ipotesi al momento allo studio è raggiungere Rafah dall’Egitto e lì consegnare i beni raccolti prima dell’ultima missione della Flotilla e che ancora non si è riusciti a consegnare. In parte, circa 240 tonnellate, sono stati trasferiti in Giordania, con il proposito di farli transitare dal valico di Allenby, ma da oltre un mese ogni tentativo si è rivelato fallimentare.

Il processo è tutt’altro che semplice e i tempi sono lunghi. Il Cmcc, il nuovo centro di coordinamento che dovrebbe vigilare sull’applicazione del cosiddetto “accordo di pace” voluto da Trump, non ha certo eliminato la scure del Cogat, l’ente israeliano che decide chi e cosa entri ne…

Entro i primi tre mesi del 2026 ci sarà una nuova missione della Global Sumud Flotilla. Ma questa volta il tentativo di rompere l’assedio – annuncia il comitato - non sarà a bordo di barche più o meno grandi, ma via terra. Una carovana di aiuti umanitari tenterà di raggiungere i valichi da dove gli aiuti passano ancora con il contagocce.

L’ipotesi al momento allo studio è raggiungere Rafah dall’Egitto e lì consegnare i beni raccolti prima dell’ultima missione della Flotilla e che ancora non si è riusciti a consegnare. In parte, circa 240 tonnellate, sono stati trasferiti in Giordania, con il proposito di farli transitare dal valico di Allenby, ma da oltre un mese ogni tentativo si è rivelato fallimentare.

Il processo è tutt’altro che semplice e i tempi sono lunghi. Il Cmcc, il nuovo centro di coordinamento che dovrebbe vigilare sull’applicazione del cosiddetto “accordo di pace” voluto da Trump, non ha certo eliminato la scure del Cogat, l’ente israeliano che decide chi e cosa entri nella Striscia e decide quando possa farlo.

Risultato, gli aiuti entrano ancora con il conta gocce, il “dual use”, il possibile uso civile e militare di un medesimo oggetto, rimane pretesto per lasciare fuori incubatrici, tende, stampelle e bombole d’ossigeno, ci sono procedure precise persino per il confezionamento e il transito – i beni vanno cellophanati e passano solo su camion aperti - e i tempi sono incerti, con inevitabile aumento dei costi di immagazzinamento. Un pantano in cui Stefano Rebora, presidente di Music for Peace, è personalmente rimasto bloccato: dal 3 novembre è in Giordania, da dove spera di portare gli aiuti all’interno della Striscia.

"Questo è ciò che accade quando il diritto internazionale vale 'fino a un certo punto'. – ha spiegato la portavoce della sezione italiana della Flotilla, oggi confluita nel Global movement to Gaza, Maria Elena Delia - Stiamo ancora aspettando da Tajani un salto oltre le solite dichiarazioni di rito: chiediamo sanzioni ai coloni, sospensione dei rapporti con Israele e pressione immediata per aprire i valichi e far entrare le tonnellate di aiuti raccolti per la Global Sumud Flotilla da Music For Peace e arrivati da tutta Italia, ancora bloccati in Giordania".

Insomma, l’assedio alla Striscia continua e su questo la “Flotilla” vuole tornare a catalizzare l’attenzione con la sua nuova missione via terra dall’Egitto.

Un progetto ambizioso e non semplice: da anni il Sinai, che bisogna inevitabilmente attraversare per raggiungere Rafah, è zona militare, per entrare servono permessi speciali, che vengono controllati scrupolosamente a ogni singolo checkpoint lungo la strada che dal Cairo porta ad Al-Arish, principale città della zona e sede di magazzini e warehouse pieni di aiuti che attendono di essere trasferiti nella Striscia. E il governo egiziano non è certo di manica larga con le autorizzazioni, né permette iniziative o transiti non concordati.

Già un anno fa, la Global march to Gaza aveva tentato di raggiungere il valico per una manifestazione di solidarietà, ma l’iniziativa è naufragata fra blocchi in aeroporto e espulsioni di attivisti. Anche la carovana solidale della Sumud, con cui la Global march era idealmente coordinata, partita dalla Tunisia e arrivata via terra al confine con l’Egitto, non è mai riuscita a entrare nel Paese.

Problema ulteriore: il valico di Rafah, a dispetto di promesse e accordi, è ancora chiuso, anche perché la struttura stessa è stata praticamente rasa al suolo dal lato palestinese. Gli aiuti dal lato egiziano transitano attraverso il valico di Kerem Shalom, a circa dieci chilometri dal confine con l’Egitto.

Secondo indiscrezioni, Rafah dovrebbe riaprire a dicembre anche per le evacuazioni mediche, ma associazioni e ong che da tempo aspettano di far uscire pazienti incurabili nella Striscia non si lasciano andare a facili entusiasmi. Più volte l’apertura del valico è stata annunciata per poi essere smentita nei fatti. Tutte criticità di cui gli attivisti della Flotilla sono a conoscenza, ma sono certi – dicono - di poter superare.

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